Piero Pisenti
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Piero Pisenti (Perugia 20 marzo 1887 - Pordenone 29 settembre 1980) è stato un uomo politico italiano.
Discendente da una famiglia di docenti universitari, si laureò in giurisprudenza a Bologna nel 1912 ed un anno dopo si trasferisce a Pordenone, dove apre uno studio professionale ed inizia la carrira politica, diventando consigliere e assessore comunale di questa città dal 1915 al 1919 con una lista conservatrice. Nel 1920 fonda ad Udine il movimento politico di estrema destra "Unione del Lavoro", che pochi mesi dopo confluisce nel Partito Nazionale Fascista.
Iscrittosi anch'egli al PNF nel gennaio del 1921, si impone come capo dello squadrismo friulano. Segretario del Fascio di Udine dal 1922 al 1923 fu anche segretario federale (1922-1924), alto commissario politico del Fascismo (1923), intendente generale per i debiti di guerra, direttore del Giornale del Friuli (1923-1925) e presidente della sezione udinese dell'Istituto di Cultura Fascista.
Nel 1926 non approvò alcune leggi interne e fu per questo espluso dal partito, salvo poi esserne riammesso un anno dopo: in base a tale circostanza anni dopo Benito Mussolini lo definì come "l'uomo che durante tutto il ventennio fascista ha avuto il coraggio d'una sua illuminata eterodossia". Eletto deputato per la prima volta nel 1924 e sempre confermato fino al 1939, divenne nel corso degli anni uno dei gerarchi più fedeli al duce, che lo ricompensò affidandogli numerosi incarichi nazionali e regionali.
Dopo l'8 settembre del 1943 aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, pur non avendo inizialmente incarichi in essa. Alla morte di Antonino Tringali Casanova, avvenuta il 4 novembre dello stesso anno, viene scelto per occupare il dicastero della Giustizia ed in questa veste rifiutò la domanda di grazia chiestagli dai condannati a morte del processo di Verona (tra gli altri Galeazzo Ciano, Emilio De Bono e Carluccio Pareschi), anche se in realtà era stato Mussolini ad avere l'ultima parola.
Al termine della Seconda guerra mondiale fu arrestato e condannato ad un anno di carcere. Scontata la pena, tornò a Pordenone esercitando l'attività forense e nel 1977 scrisse il volume "Una repubblica necessaria - RSI", in cui difese l'operato del governo della Repubblica Sociale Italiana.