Storia del Cristianesimo tra IV e V secolo
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Dopo la svolta di Costantino a favore del cristianesimo, la nuova organizzazione monoteista divenne una struttura legalmente riconosciuta. Fin da subito le furono assegnati compiti di gestione della popolazione. E in breve tempo prese le redini di un impero - almeno in occidente - ormai fuori controllo. L'imperatore Teodosio assegnò alla chiesa il primato morale. Il vescovo di Milano Ambrogio e il papa Leone I innalzarono l'autorità della chiesa sopra a quella di uno stato inesistente.
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[modifica] L'affermazione della nuova mentalità
Nel 373 a Milano un abile funzionario statale, Aurelio Ambrosius, sebbene non fosse né battezzato e ufficialmente nemmeno cristiano, venne eletto vescovo a furor di popolo. Questo non deve scandalizzare. Farsi battezzare in punto di morte era un'abitude frequente. Ed era un'abitudine frequente anche l'eventualità di accedere a posti importanti solo col sostegno della cittadinanza. Lo stesso imperatore veniva talvolta eletto per acclamazione. Fra l'altro, nonostante l'assenza di un sistema di voto democratico, quest'evento ci dimostra quanto contassero, anche allora, gli umori popolari.
È interessante notare come il pensiero di Ambrogio si innesti sul pensiero "pagano". Il vescovo di Milano portò avanti la filosofia platonica sviluppata da Plotino (204-270), che già mirava ad un bene molto più "totalitario" rispetto al bene razionale del II secolo, e la ricondusse all'interno della visione monolitica della Chiesa. I romani avevano assimilato la cultura greca, mescolando e rivisitando i miti e le credenze elleniche come fondamento della propria autorità. Ad ogni modo la loro rilettura era stata superficiale, dichiarata e non univoca. Probabilmente in una certa foga conquistatrice avevano spazzato via le conoscenze scientifiche dei sovrani ellenisti. Ma poi, durante la pax romana, si preoccuparono di riabilitare quanto era stato perduto, qualora fosse possibile, e riconobbero la superiorità della cultura greca, che si poneva su basi logiche e razionali, senza essere intollerante.
Ora invece, dopo ulteriori crisi politiche e guerre contro gli stranieri, qualsiasi cosa era vista come dipendente da Cristo, o da Dio. Teologi cristiani, vescovi e politici iniziarono a modificare la concezione comune di storia. Nessuno più cercava una verità razionale, una verità degli uomini. Questi avevano fallito. Avevano avuto bisogno di un salvatore divino. Tutto ciò che era successo prima di Cristo doveva spiegare Cristo, tutto ciò che succedeva ora doveva portare a Dio, a un unico fine. C'era una visione monoteista, univoca, unilaterale, inalterabile. Tutte le culture, le storie, le idee, le narrazioni, le scienze che non potevano essere messe d'accordo con la realtà religiosa proclamata sulle "sacre scritture", dovevano essere rimosse, in quanto, se non parlavano di un bene preciso e chiaramente identificato, erano viste come portarici di sventura.
Dopo l'anacronistico tentativo di Giuliano (361-363) di tornare ufficialmente al politeismo, gli imperatori avevano ripreso la strada del cristianesimo, restituendo alla chiesa i privilegi che Giuliano le aveva tolto. Valentiniano I (364-378) si era occupato dei problemi del vescovado di Roma, che diventava sempre più importante. Il titolo di papa si dava a tutti i vescovi, perché significava padre. Ma gradualmente, nel corso dei secoli, sarà riservato al solo vescovo di Roma. In occidente la supremazia dell'Urbe fu generalmente accettata, mentre in oriente - dove la struttura imperiale era più solida - la supremazia di Roma fu contrastata continuamente fino ad arrivare allo scisma. Contemporaneo di Ambrogio e Valentiniano I, Damaso (366-384) fu il primo vescovo di Roma a richiedere l'intervento diretto dell'autorità civile e militare nelle questioni interne della Chiesa. La sua elezione era costata decine e decine di morti e Damaso doveva avere vari problemi da mettere a posto. Inizialmente gli imperatori non accettarono le richieste di una giurisdizione speciale per il vescovo di Roma. Al contrario, si riservarono la possibilità di intervenire contro di essi in materia penale, anche tramite la polizia imperiale. Comunque concessero a Roma la preminenza in materia di fede. Il vescovo dell'Urbe aveva l'ultima parola sulle questioni teologiche. E, se non per difendere il papa, l'impero occidentale offriva - per la prima volta nella storia - le sue truppe alla Chiesa per far rispettare le sentenze di condanna contro le eresie.
Ambrogio fu molto attento ai bisogni locali, in particolare ai poveri, e così si dimostrò ampiamente degno della carica ricevuta. La dedizione ai cittadini e la difesa della chiesa cattolica lo faranno in seguito ricordare come un santo, e protettore di Milano. Secondo alcuni, tuttavia, non si dimostrò molto tollerante con le opinioni diverse dalla sua. Anche se non si macchiò di azioni sanguinarie, fu "persecutore" accanito di pagani, cristiani ariani ed ebrei.
La situazione d'allarme era diventata d'altissimo livello. Le fazioni religiose e gli scontri sanguinari fra esse si moltiplicavano. Dopo le vittorie contro i germani, avvenute per tutto il secolo, gli unni fecero la loro prima comparsa in Europa, con esiti devastanti. I germanici visigoti passarono il Danubio, installandosi in massa nei Balcani. Cinque anni dopo l'elezione di Ambrogio, Valente, imperatore d'oriente e fratello di Valentiniano I, fu ucciso in battaglia. Le legioni della confederazione imperiale furono annientate. Dopo Valente fu eletto il generale che ripristinò l'esercito, Teodosio (379-395).
In occidente i giovanissimi figli di Valentiniano, Graziano (367-383) e Valentiniano II (375-392) erano stati affidati alla tutela del vescovo di Milano. L'occidente si era diviso in due: Graziano nelle Gallie e Valentiniano II in Italia. Graziano fu il primo imperatore che utilizzò effettivamente le sue truppe per le attività anti-pagane. Invece la seconda corte d'occidente finì nelle mani dei generali franchi per una decina d'anni. Sebbene fossero fedeli alleati dell'impero, i franchi erano ancora politeisti. E così anche i "pagani" rimasti a Roma poterono contare sull'appoggio armato di truppe regolari dell'esercito. Ma questo appoggio era solo teorico.
Infatti Ambrogio spinse l'impero verso la cristianizzazione, applicandosi soprattutto al "controllo morale" sul cristianissimo Teodosio, su Graziano, installato in Germania e sul giovane Valentiniano II. Già da un secolo la legge imperiale veniva correlata all'intervento delle divinità. Anche Ambrogio definì l'imperatore "santo" e gli affidò il compito di difendere la Chiesa cattolica, perché la "collera di Dio" colpisce "là dove ci si è mostrati infedeli verso Dio". Dopo la pesante sconfitta dell'impero contro i "barbari" goti, il vescovo di Milano, che era il più importante rappresentate della Chiesa d'occidente, comandò una vera lotta alle opinioni, tramite l'utilizzo dell'autorità pubblica. "Che tutte le eresie siano ridotte al silenzio" proclamò. La chiesa divenne armata e combattiva, rinvigorita dall'affluenza nelle sue fila di quella parte di aristocrazia romana già convertita al monoteismo che non era più "pacifista". Graziano e Teodosio rinunciarono al titolo di pontifex maximus, che dava loro il primato "spirituale" o morale sulla popolazione. Questo titolo era stato assunto da Augusto al momento della fondazione dell'impero. Dava poteri dittatoriali anche in campo religioso. Ma ormai nessuno credeva alla antica religione di cui l'imperatore era rappresentante. E così il primato "spirituale" rimase implicitamente affidato ai nuovi sacerdoti "romani", i vescovi della chiesa cattolica.
[modifica] Il Concilio di Costantinopoli
Il concilio del 381, che in seguito fu ricordato come "il secondo concilio ecumemico" fu convocato da Teodosio per ribadire l'importanza politica di Costantinopoli. Il suo predecessore Valente, cristiano di confessione ariana, aveva risieduto in Siria, dove Antiochia si proclamava la capitale religiosa. Oltre che da Antiochia, il diritto al primato orientale era reclamato anche da Alessandria, dove, sebbene la popolazione fosse praticamente anarchica, i vescovi erano nettamente cattolici. Ma Teodosio, pur volendo privilegiare il cattolicesimo, ambiva a una "riunificazione mondiale". L'imperatore, ispanico e cattolico, voleva che la "nuova Roma" fosse una capitale universale, la città dove oriente e occidente si fondevano. Stato e Chiesa erano due istituzioni legate da settant'anni, ma la chiesa - soprattuto in oriente - era dipendente dall'imperatore. Ciò che più interesseva ai sovrani era di evitare le diatribe fra le fazioni, e dare una forma coerente alla struttura dell'organizzazione religiosa, l'organizzazione che gestiva buona parte della vita pubblica della moderna popolazione romano-cristiana. L'atto politico più importante del concilio fu che l'imperatore cambiò l'ordine di importanza delle chiese orientali: la preminenza passò da quella di Alessandria a quella di Costantinopoli. Teodosio diede a Roma un primato solo onorifico e dichiarò l'ex Bisanzio al secondo posto, proprio per motivi politici. Il risultato finale fu che alla presenza di tante chiese della stessa importanza, sparse per le varie nazioni, subentrò la preminenza delle due maggiori, Roma con giurisdizione in occidente, Costantinopoli in oriente. Sul fronte "spirituale" la religione universale divenne la sola e unica religione professabile. Il "credo" di Nicea del 325, cioè l'opinione sul concetto di Dio, fu ribadito. A quell'epoca il prete d'Alessandria, Ario, e molti religiosi siriaci avevano sostenuto l'opinione, razionalizzante, che Cristo non fosse divino allo stesso modo del Padre. Le fazioni degli ariani e degli altri anti-cattolici erano state già condannate, almeno verbalmente, anche per i restanti cinquant'anni prima del "secondo" concilio.
Sebbene gli ariani e gli altri anti-cattolici fossero messi in minoranza nel concilio e perseguitati con la forza pubblica, l'occidente religioso non era del tutto soddisfatto. Alessandria era sempre stata nettamente cattolica, Costantinopoli invece era spesso divisa in varie fazioni animose. Ambrogio di Milano, che restava comunque il vescovo più influente d'occidente, si dichiarò contento del posto importante assegnato alla Chiesa nell'Impero, ma si rammaricò della separazione fra est ed ovest. Il vescovo di Roma Damaso oppose un silenzio ostinato. Come tutti gli occidentali, non era stato invitato. Si accontentò del primato morale, e del primato in materia di fede che in successione gli avevano affidato Valentiniano esplicitamente, Graziano e Teodosio implicitamente. E da questo momento in poi iniziò a chiamare "apostolica" la sua sede, mentre le altre occidentali restavano "episcopali".
[modifica] Verso la caduta finale del mondo pagano
Negli ultimi venticinque anni del IV secolo la pars occidentis era passata sotto la guida dei suoi generali, spesso di origine germanica, sebbene nominalmente il ruolo di imperatore fosse coperto dai due giovanissimi figli di Valentiniano, che erano Graziano e Valentiniano II. La germanizzazione dell'esercito continuava e il politeismo, che una volta era "classico", fu gradualmente considerato una religione "barbara". Solo in alcuni ambienti del senato romano prosperavano ancora i vecchi culti, che ormai apparivano come il residuo fastidioso di un male già estirpato.
Gli imperatori, in primis il cattolico Teodosio (379-395), avevano puntato a risolvere le grane militari dell'impero. La migliore risorsa di Teodosio - sovrano dell'est - erano sempre stati i goti, che aveva accettato come alleati all'interno del territorio imperiale. La popolazione dei Balcani però mal sopportava la convivenza coi bellicosi stranieri. L'impero non aveva sufficienti risorse umane e Teodosio, insomma, vedeva come necessaria l'alleanza coi goti, che, sebbene non cattolici, almeno erano cristiani ariani e non più dei "veri barbari" come gli unni che premevano alle loro spalle. Ai goti fu quindi assegnato il compito di difendere le zone "conquistate". La convivenza con i goti ariani entrò però in contraddizione col primato morale affidato alla chiesa cattolica nel 381 al concilio di Costantinopoli. Nel 388-90, dieci anni dopo l'insediamento dei germani nei Balcani, la popolazione "romana", illirica, uccise il magister militum per Illyricum e Teodosio, per vendicare il suo miglior generale goto, ordinò che la popolazione greca di Tessalonica fosse punita. Nonostante l'unione fra Stato e Chiesa appena sancita nel "secondo concilio ecumenico", la polizia imperiale massacrò migliaia di cittadini. L'imperatore era un ottimo soldato, ma evidentemente o aveva un gran timore dei goti o non aveva il senso della misura. E questo forse dovette dirgli Ambrogio quando, solo sei anni dopo quel concilio che aveva riconosciuto la superiorità morale della Chiesa, espulse dalla cristianità lo stesso imperatore che aveva convocato il concilio. Poi, affinché fosse revocata la scomunica, lo obbligò per la prima volta nella storia a chiedere scusa pubblicamente a tutta la popolazione.
Pur di opporsi al trionfo della nuova mentalità, che continuavano a giudicare sbagliata nei fondamenti, i ricchi politeisti erano pronti ad associarsi agli stranieri. Ormai, usando il latino, i germani stessi si definivano "barbari", ma i franchi rispettavano il " vecchio tipo" di religione; i pagani di Roma erano praticamente alleati con i generali franchi che non avevano accettato il cristianesimo.
Ma le pressioni di Ambrogio spinsero anche Valentiniano II sulla via del cristianesimo e l'imperatore rifiutò l'ultima importante richiesta pubblica dei senatori romani. Il mondo occidentale era ormai quasi totalmente cattolico. Dopo che "il secondo concilio ecumenico" aveva dato alla Chiesa di Roma l'autorità "spirituale" sull'impero, un l'editto di Tessalonica di Teodosio I, emanato nel 380, fece della religione cristiana l'unico credo ufficiale dell'impero: furono repressi con forza gli altri tipi di cristianesimo, chiusi i templi pagani, vietati i loro culti - come i sacrifici e le divinazioni - e adottato lo stile delle persecuzioni nei confronti dei vecchi persecutori. La censura non era più solo politica, ma anche religiosa e culturale.
Però il potere politico dei goti , ovvero la loro forza militare, era più grande della fede religiosa dei "romani". E così i "barbari" ottennero nuovamente la "custodia militare" di tutti i Balcani fino al Danubio. Il cristianissmo Teodosio doveva essere in una situazione imbarazzante. Infatti anche in Italia stavano avanzando i "barbari" politeisti. Il giovane Valentiniano II (375-392) veniva ucciso dal generale franco Arbogaste, il capo delle truppe occidentali. Il "barbaro" mise sul trono Eugenio (392-394), ufficialmente cristiano ma affiliato coi politeisti. Il trono d'occidente era stato praticamente usurpato. Infatti anche l'imperatore Graziano era stato ucciso da un altro generale. L'Italia era in mano ai "pagani" e ai "barbari". Si profilava una grande impresa di riconquista, voluta sia da Ambrogio sia da Teodosio.
Nel 394, al "ponte sul fiume freddo" - Frigidus - nel nord-est d'Italia le truppe di Teodosio sconfissero le truppe dell'usurpatore, riconsegnando l'impero nelle mani di un solo monarca, per l'ultima volta nella storia. Teodosio aveva riunificato l'impero e la sua religione. E in più aveva trovato un nuovo potente alleato: il generalissimo Stilicho. L'anno dopo, però, l'imperatore morì, dividendo oriente e occidente fra i suoi due giovani figli.
[modifica] Il papa e il dominio della cultura monoteista
Nel V secolo l'imperatore d'occidente perdette una alla volta le province dell'impero. E con esse anche la sua autorità, che era messa fortemente in bilico dai generali che usavano truppe mercenarie. La popolazione, soprattutto nelle città devastate, trovava conforto più nei vescovi cristiani che nei rappresentanti del governo. La cristianizzazione della società e della cultura procedeva a grandi passi.
Col continuo stato di guerra le scuole e gli insegnanti diminuivano sempre più. Latino e Greco non erano più universalmente conosciuti da parte di intellettuali e politici. Gli imperatori e i vescovi conoscevano raramente entrambe le lingue. Anche nei testi scritti si utilizzavano le lingue "nazionali", che erano state oscurate dalla conquista greco-romana. Le principali erano quelle orientali, come siriaco, armeno, ebraico ed egiziano. Nelle chiese orientali si predicava il cristianesimo nelle varie lingue, che così penetrarono nella cultura "alta". Ovvero la cultura "popolare" venne accettata dalle élite aristocratiche, che sentivano meno l'importanza della vecchia cultura greco-romana. Spesso i classici venivano letti con un'esegesi in chiave cristiana.
In oriente si affermava la "mistica imperiale". Come nelle antiche teocrazie orientali, l'imperatore diventava un rappresentante terreno della volontà divina. Per lunghi decenni alla corte di Costantinopoli la politica fu nelle mani di ministri, generali o famigliari dell'imperatore. Il discendente di Cesare e Augusto si occupava di amministrazione civile. Intanto in occidente cresceva l'autorità del "papa". Al vescovo di Roma veniva riconosciuta solo una preminenza morale, esercitata specialmente nei concili ecumenici, nei quali si stabiliva il dogma di fede. Nella vita pratica e amministrativa i vescovi locali non sottostavano all'autorità papale. Per lungo tempo i vescovi locali agirono di propria iniziativa per venire a patti con i germani invasori o per evangelizzare le popolazioni pagane.
Comunque, da Damaso (366-384) in poi l'ascesa del vescovo di Roma fu costante e indubitabile. Mentre il vescovo più importante dell'impero era Ambrogio di Milano, anche l'autorità del Papa diveniva sempre più rilevante. Finché nel medioevo le sue risposte ai vescovi, le decretali, sarebbero state assunte come fonte del diritto sociale. Inoltre, soprattutto a Roma, furono costruite varie basiliche nuove.
Innocenzo I (401-417) si presentò per la prima volta nella storia come una sorta di rappresentante del popolo romano. Nel 408 fece parte dell'ambasceria che si recò presso l'imperatore Flavio Onorio a Ravenna. Voleva fermare l'avanzata dei visigoti di Alarico. Nell'occasione, i senatori di Roma, il cui potere ormai si estendeva alla sola Urbe, non potevano che offrire un tributo. Non avevano milizie e chiesero, insieme al loro vescovo, che l'impero concedesse tutto l'oro e le terre che i germani invasori reclamavano. Ma Onorio rifiutò, Bisanzio fece spallucce, e nel 410 Alarico poté saccheggiare la Città Eterna per tre giorni. Era la prima volta dopo l'irruzione dei galli nel IV secolo avanti Cristo. Secondo alcune fonti Innocenzo era comunque riuscito a convicere i goti, non cattolici ma almeno cristiani già da tempo, a rispiarmiare le chiese e gli abitanti.
Per l'elezione di Bonifacio I (418-422) ci furono numerosi tumulti come era avvenuto ai tempi di Damaso. Ormai il potere politico della chiesa era un dato di fatto. Anche i pagani volevano entrare nell'istituzione religiosa. Il senatore politeista Simmaco, amico dei franchi, appoggiava un candidato avverso a Bonifacio, ma prevalse la fazione più cattolica che era sostenuta anche dall'imperatore Onorio.
Nonostante gli screzi fra la chiesa romana e quella africana, Bonifacio si trovò d'accordo col vescovo più importante dell'epoca, l'africano Agostino (354-427). Entrambi difendevano il cattolicesimo-ortodosso contro l'eresia di Pelagio (360-422). Tale dottrina negava l'importanza del "peccato originale" e vedeva con favore la supremazia del libero arbitrio. Da lì a poco la chiesa africana verrà ridotta all'impotenza dalla devastante invasione dei vandali. E così sarebbe caduta in disgrazia la sua importante competizione con Roma.
Dopo la morte di Agostino e Bonifacio, anche il papa Celestino (422-432) si occupò delle controversie teologiche. Nel 428 il vescovo di Costantinopoli, Nestorio, si schierò contro la definizione di "Madre di Dio" assegnata a Maria, preferendola "Madre di Cristo". Parte dell'oriente era già da molto tempo in dissenso con l'occidente. Il nuovo imperatore Teodosio II, che non si occupava di politica militare ma solo dell'amministrazione, dichiarò di pensarla come Nestorio. E anche la chiesa siriana di Antiochia fu nestoriana. Invece Cirillo, patriarca di Alessandria, si schierò coi cattolici. Era la prosecuzione di diatribe già note, da parte dell'oriente, che non voleva accettare il "dogma trinitario", cioè che Cristo fosse contemporaneamente di natura umana e divina. Al concilio di Efeso nel 431, il IV ecumenico, convocato dall'imperatore Teodosio II, il nestorianesimo venne condannato. Nonostante il consueto tentativo dell'imperatore di arrivare ad un compromesso con le importanti nazioni di Egitto o Siria, la chiesa cattolica ribadì il primato di Roma. L'oriente però si mostrava sempre più scismatico. D'altrocanto l'evangelizzazione proseguiva in Irlanda, con il futuro San Patrizio, e in Scozia, dove la romanità non era mai penetrata.
Sotto Sisto III (432-440) continuarono i giochi di parole "bizantini", ma l'unità della chiesa fu salvaguardiata. La chiesa di Siria, che prima era stata nestoriana, adesso si allineò coi cattolici. Il vescovo di Antiochia - la capitale della Siria - riconobbe che, essendo di identica sostanza Dio, Cristo, Signore e Verbo, Maria poteva ben essere definita anche "Madre di Dio". Sisto fece costruire o riparare varie chiese a Roma e ne arredò molte con suntuosi arredi d'oro puro e anche con doni dell'imperatore Valentiniano III. Non mancavano le critiche di chi poneva l'accento sulla povertà annunciata nel Nuovo Testamento rispetto al lusso del tempio di Salomone. Ma nelle chiese romane si andò accumulando un nuovo bottino pronto per essere rubato dal prossimo invasore, il vandalo Genserico che arriverà nel 455.
Il papa più autorevole dell'antichità fu il toscano Leone I (440-461), eletto senza problemi dopo dieci anni di "buon governo" cristiano-imperiale. Innanzitutto il suo ruolo civile di ambasciatore e pacificatore si notò ancor prima della sua elezione quando, inviato in Gallia, riuscì a mitigare una lite fra i due più importanti generali dell'impero, uno dei quali era Ezio, il comandante supremo dell'esercito. Anche Leone si adoperò contro le vecchie "eresie" che si insinuavano negli animi "corrotti". Ma soprattutto ne dovette combattere una nuova, di carattere opposto. In oriente le tesi ariane e nestoriane, che vedevano Gesù come "dipendente" dal Padre, erano ormai del tutto sradicate. Nel 448 Eutiche, un monaco di Costantinopoli, diede vita a una dottrina dal successo duraturo: il monofisismo. All'opposto di quelle precedenti, questa nuova dottrina ribelle sostenne che la natura divina di Cristo era più importante di quella umana. La dottrina risultò essere molto diffusa in Siria e in Egitto. E ancora adesso i cristiani egiziani ed etiopi, chiamati copti, praticano questa confessione.
Dato che le due regioni erano molto importanti per le finanze dell'impero, Teodosio II cercava un compromesso con gli "eretici", così come aveva fatto nel 431 convocando il IV concilio ecumenico, tenuto a Efeso. Nel 449 l'imperatore convocò un nuovo concilio ecumenico, che successivamente non fu ritenuto valido dalla chiesa cattolica. Infatti in quella sede la corte imperiale riuscì a far passare la propria posizione, secondo cui la dottrina di Eutiche era ortodossa. Mentre Attila invadeva l'occidente e Flavio Ezio lo fermava in Gallia, Teodosio morì. Sua moglie, fedele cattolica, convocò quello che viene ricordato come il V concilio ecumenico, tenuto a Calcedonia. Qui si riaffermò il credo di Nicea del 325, la teoria dell'incarnazione del Verbo e della doppia natura del Cristo. Il tutto sotto la guida degli ambasciatori papali. La dottrina - monofisita - secondo cui il Cristo fu un vero e proprio Dio in terra venne condannata.
Roma otteneva di nuovo il primato, ma ovviamente questo riacuttizzava le tensioni fra est e ovest. L'Egitto e la Siria vedevano sempre più incrinato il loro peso istituzionale. Leone per di più tentò di affermare il vecchio principio secondo cui la sede orientale più importante doveva essere Alessandria d'Egitto, che era sempre stata filo-cattolica. Invece sia per i politici, sia per molti vescovi orientali, era fondamentale che il primato nella pars orientis spettasse a Costantinopoli. Questo primato le era stato assegnato nel II concilio ecumenico da Teodosio I (381). Bisanzio aveva un'importanza geo-politica incredibile, mentre Antiochia in Siria e Alessandria in Egitto la superavano sicuramente per importanza culturale-spirituale. In più Costantinopoli era sempre divisa in varie fazioni.
[modifica] Conclusioni
Mentre rimanevo aperte le contraddizioni dell'impero d'oriente, la situazione occidentale precipitava del tutto. In seguito all'irruzione di Attila nella pianura padana, la corte imperiale si era rifugiata da Ravenna a Roma. Per scongiurare il pericolo di un'irruzione nell'Urbe si ritenne sufficiente inviare un'ambasceria. L'imperatore non volle affidarsi al generalissimo Ezio, di cui temeva la crescente importanza. Insieme a due rapprestanti del potere politico, partì per il nord-Italia anche Leone. Sembra che abbia avuto una parte fondamentale nel convincere Attila a non attaccare. In questo periodo erano già fiorite numerose leggende legate alle prodezze dei papi o dei santi, o ai miracoli cui avrebbero partecipato gli spiriti degli apostoli. Se il racconto del suo "miracoloso" dialogo con Attila non è una leggenda inventata nel medioevo, forse Leone giocò sulla storica "superstizione" di un capo-guerriero, spietato, ma credente in una religione naturale. O, probabilmente, gli offrì una cospicua somma in oro.
Nel 452 l'imperatore si era dunque rifugiato a Roma, dove forse venne coinvolto in trame poco edificanti. Una cronaca ci dice che il re dei vandali sbarcò nel Lazio, chiamato addirittura dall'imperatrice per vendicarsi di un complotto ai suoi danni da parte del marito. Leone andò in contro al re vandalo sperando di ripetere il "miracolo" di tre anni prima con Attila. Ma il re dei vandali, Genserico o Gaiserico, era un abile politico. E voleva tutto: nel 455 ripulì la città per ben quindici giorni, innalzando la già perfida fama del suo popolo. Se ne tornò nel paese conquistato, l'Africa occidentale, con migliaia di schiavi e l'imperatrice come prigioniera, o, forse, amante.
Gli ultimi imperatori d'occidente furono solo rappresentanti dei senatori, o di Costantinopoli, ma soprattutto dei generali germanici che tentavano di governare anche l'Italia. Già tutta l'Europa occidentale era nelle mani di reges germanici. I papi ereditarono direttamente dalla corte, che aveva soppiantato l'imperatore, la funzione di vero rappresentante del popolo. Nelle casse della Chiesa affluirono nuove quantità d'oro e d'argento. La corte stessa e i senatori dell'aristocrazia erano ormai quasi tutti convertiti al cristianesimo.