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Guerra italo-turca - Wikipedia

Guerra italo-turca

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Guerra Italo-Turca

Soldati italiani in Libia
Data: 28 settembre 1911 - 18 ottobre 1912
Luogo: Libia, Mar Egeo
Esito: vittoria italiana; annessione della Libia e del Dodecaneso
Schieramenti
Regno d'Italia Impero ottomano
Comandanti
Carlo Caneva Ismail Enver
Effettivi
100.000 uomini 25.000 uomini
Perdite
3.380 morti, 4.220 feriti 14.000 morti

La Guerra Italo-Turca o Guerra di Libia, si riferisce ai combattimenti tra le forze del Regno d'Italia e dell'Impero ottomano tra il 28 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per la conquista della Tripolitania e la Cirenaica.

Le ambizioni imperialiste dell'Italia spinsero il Paese ad impadronirsi delle province ottomane di Tripolitania e Cirenaica, oggigiorno con il Fezzān note con il nome di Libia, nonché dell'isola di Rodi e dell'arcipelago del Dodecaneso, di lingua greca, situato nei pressi dell'Anatolia.

Nel corso di questa guerra, l'Impero ottomano si trovò gravemente svantaggiato poiché, nonostante possedesse una flotta moderna, anche se non numerosa, il suo esercito e la sua aviazione non possedevano ancora armamenti moderni e Istanbul non fu pertanto in grado di inviare rinforzi alle province d'oltremare invase.

Sebbene di minore entità, la guerra costituì un passo cruciale verso la Prima guerra mondiale, poiché risvegliò un feroce nazionalismo negli stati balcanici: vedendo la facilità con cui gli Italiani avevano sconfitto i disorganizzati Turchi ottomani, i membri della Lega balcanica attaccarono l'Impero ottomano prima che la guerra con l'Italia fosse finita.

La guerra italo-turca fu teatro di numerosi progressi tecnologici usati durante le operazioni militari, in particolare l'aeroplano. Il 23 ottobre 1911, un pilota italiano (capitano Carlo Maria Piazza) sorvolò le linee turche in missione di ricognizione, e il 1 novembre la prima bomba (grande come un'arancia) sganciata dall'aria cadde sulle truppe turche in Libia.

Indice

[modifica] La valutazione politico diplomatica

Con l'apertura del canale di Suez (1869) il Mediterraneo aveva riacquistato in parte l'importanza strategica che aveva perso nel XV e XVI secolo con l'apertura delle rotte per le Americhe e del capo di Buona Speranza per collegare l'Estremo Oriente con i mercati dell'Europa. Di conseguenza era aumentata anche l'importanza strategica dell'Italia, in quanto potenza in grado di impedire l'accesso al Mediterraneo Occidentale alle rotte passanti per il canale di Suez. Tuttavia l'unico modo di garantire questa rilevanza strategica era quello di avere il controllo, almeno parziale, dell'Africa Nord-Occidentale. Nel 1881 la Francia si era impadronita della Tunisia, lasciando la diplomazia italiana davanti al fatto compiuto, quindi l'unico territorio strategicamente utilizzabile per chiudere il passaggio fra i due bacini (Mediterraneo Occidentale e Mediterraneo Orientale) restava la Libia, dato che l'Egitto era sotto stretto controllo britannico. Nel 1911 l'Italia era alleata con Germania e Austria-Ungheria nella Triplice Alleanza, tuttavia teneva ottimi rapporti diplomatici con Gran Bretagna e Russia, mentre le relazioni con la Francia erano oscillanti fra la fraternità latina e le fiammate nazionaliste che, ogni tanto, rendevano tesi i rapporti fra le due potenze. Invece la situazione diplomatica della Turchia era molto meno brillante dato che, in perenne contrasto con la Russia, si stava allontanando dall'alleanza franco-inglese (1909) per allinearsi con gli Imperi Centrali, trovandosi, per sua disgrazia "in mezzo al guado".

La situazione politica interna dei due stati rifletteva la diversa situazione diplomatica. In Italia il governo era tenuto da Giovanni Giolitti, politico discusso, ma sicuramente abile, che aveva sfruttato una serie di incidenti minori per avviare una campagna di stampa ostile alla Turchia, appoggiata dagli ambienti industriali e finanziari. Praticamente l'unica componente ostile alla guerra era l'ala estrema repubblicana (Pietro Nenni) e socialista (Benito Mussolini). Invece in Turchia stavano cominciando i terremoti politici che avrebbero portato alla fine del sultanato ed alla repubblica di Kemal Atatürk. La rivoluzione dei Giovani Turchi era avvenuta da soli 2 anni (1908) ed il regime non era ancora stabilizzato e, soprattutto nei territori esterni alla penisola anatolica (Balcani, Medio Oriente, Arabia e Nord Africa), erano presenti forti componenti irredentistiche.

[modifica] La Libia

Geograficamente la Libia può essere divisa in tre zone: Tripolitania, che si affaccia sulla costa fra Ben Gardane (che, in realtà, è già in Tunisia) ed El Agheila, un vasto altipiano si alza a pochi chilometri dalla costa ed è detto Gebel. Proseguendo lungo la costa, fino al passo Halayfa, la zona è denominata Cirenaica (dal nome dell'antica Cirene) e comprende l'altipiano del Barca. Fra i due altipiani (Gebel e Barca) si trova la pianura della Sirte. Il deserto che si estende oltre gli altipiani è detto Fezzan. Il nome di Libia viene dal nome dato dai Romani alla regione, abitata appunto dai Libii (di stirpe berbera). Quando la regione, dopo la caduta dell'Impero romano, fu invasa dagli arabi, questi si mescolarono alle popolazioni preesistenti, tanto che attualmente non è più possibile distinguere la componente protolibica o berbera da quella araba. La Libia era stata elevata a provincia (vilajet) dell'Impero turco nel 1835 ed era retta da un governatore (valì) che aveva come sottoposti i funzionari civili (caimacan e mudir). La popolazione libica era concentrata in Tripolitania (650.000 abitanti) e Cirenaica (300.000 abitanti), mentre nelle zone desertiche di Hamda el-Homra (a sud del Gebel) e del Fezzan erano presenti solo poche decine di migliai di nomadi.

La Libia era il centro della rivoluzione senussita, che aveva avuto la sua origine nell'oasi di Giarabub. Questa rivoluzione aveva come scopo di tornare alla purezza della dottrina islamica, aumentando anche l'istruzione dei fedeli. Uno degli effetti più rilevanti fu la trasformazione dei pastori del deserto in agricoltori, che si stabilirono attorno a Giarabub, facendo così fiorire un regno feudale nel deserto, regno governato dai discendenti di Ibu Abi, detti Senussi. Questo regno praticamente costituiva uno stato semiautonomo (senussia) nella provincia turca. In seguito all'occupazione inglese di Egitto e Sudan Girabub venne as trovarsi prossima al confine, quindi la capitale della senussia fu trasferita all'oasi di Kufra.

Considerando questa situazione politica il governo italiano pensò erroneamente che l'occupazione italiana sarebbe stata appoggiata attivamente, o, almeno, non contrastata, dalla popolazione araba della Libia.

[modifica] Le forze contrapposte

Per le operazioni in Libia il Regio Esercito mobilitò un corpo d'armata (Corpo d'Armata speciale) costituito allo scopo su due divisioni, per un totale 34.000 uomini, al comando del generale Carlo Caneva. Ogni divisione era su due brigate ed ogni brigata era su 2 reggimenti di fanteria (rinforzati da una sezione di mitragliatrici), 2 squadroni di cavalleggeri, 1 reggimento di artiglieria da campagna (4 batterie con pezzi da 75 mm), 1 compagnia zappatori e servizi. Le truppe nono indivisionate erano 2 reggimenti di bersaglieri (8° e 11°) (rinforzati da una sezione mitragliatrici), 1 reggimento di artiglieria da montagna (4 batterie), 1 gruppo di artiglieria da fortezza (2 compagnie), 1 battaglione di zappatori (2 compagnie), una compagnia telegrafisti con 4 stazioni radiotelegrafiche. Agli uomini furono consegnate nove divise più adatte per l'ambiente operativo di quelle normalmente utilizzate sul territorio metropolitiano, del colore grigioverde che caratterizzò le uniformi italiane fino alla seconda guerra mondiale. Successivamente le forze terrestri furono aumentate nel corso del conflitto.

La guarnigione turca in Libia era di circa 4000 uomini (42ª divisione autonoma).

  • in Tripolitania: 3 reggimenti di fanteria, 1 battaglione cacciatori,4 squadroni di cavalleria, 1 barttaglione di artiglieria da fortezza
  • in Cirenaica; 1 reggimento di fanteria, 1 squadrone di cavalleria, 2 batterie di artiglieria da campagna, 1 batteria di artiglieria da montagna, 2 compagnie da fortezza

Nel corso del conflitto si unirono ai turchi un numero imprecisato di forze arabe orgnizzate in mehaalla, unità tribali di entità variabile a seconda delle popolazione che le sosteneva, inquadrate da ufficiali turchi.

La situazione navale può essere riassunta in breve.

Italia
  • 1ª Squadra (Viceammmiraglio A. Aubrey)
    • 1ª Divisione: Corazzate Vittorio Emanuele, Regina Elena, Napoli Roma
    • 2ª Divisione: Incrociatori: Pisa, Amalfi, San Marco, Esploratori Agordat, Partenope
  • 2ª Squadra (Viceammiraglio Luigi Faravelli)
    • 1ª Divisione: Corazzate Benedetto Brin, Saint Bon, Emanuele Filberto
    • 2ª Divisione: Incorcisatori Garibaldi, Varese, Ferruccio, Marco Polo, Esploratori Coatit, Minerva
  • Divisione navi scuola (Contrammiraglio Raffaele Borea Ricci) Corazzate Re Umberto, Sardegna, Incrociatore Carlo Alberto
  • Ispettorato siluranti (Contrammiraglio Luigi di Savoia) Incrociatori Vettor Pisani, Lombardia e 62 unità leggere (torpediniere e cacciatorpediniere)
Turchia
  • Squdra di Beirut (il grosso della flotta), che, appena iniziate le ostilità, si ritirò nella acque dei Dardanelli, 2 corazzate, 2 incrociatori protetti, 7 cacciatorpediniere e torpediniere
  • Squadra di Albania 2 incrociatori, 4 torpediniere e 2 cannoniere fluviali
  • Squadra del Mar Rosso 1 cacciatorpediniere, 9 cannoniere, 1 yacht armato e 6 sambuchi
  • Di fronte a Costantinopoli 2 corazzate e 12 torpediniere

[modifica] L'ultimatum e le prime operazioni belliche

Il giorno 28 settembre l'ambasciatore italiano a Costantinopoli consegnò alla Sublime porta un ultimatum che «fu compilato in modo da non aprire strade a qualunque evasione e non dare appigli ad una lunga discussione che dovevamo ad ogni costo evitare»[1]. Il termine per accettare le condizioni dell'ultimatum (che, fra l'altro, imponeva al governo ottomano di dare «gli ordini occorrenti affinchè essa [l'occupazione militare della Tripolitania e Cirenaica] non incontri da parte dei rappresentanti ottomani alcuna opposizione»[2]) era di sole 24 ore. La risposta turca fu estremamente accomodante, ma giunse con un ritardo di due ore, quando già era avvenuto il primo scontro bellico.

La guerra iniziò alle ore 2 pomeridiane del 29 settembre 1911, dopo pochi minuti il capitano di fregata Guido Biscaretti, che si trovava al comando di un gruppo di cacciatorpediniere, incrociò la torpediniera turca Tocat in veloce allontanamento dal porto di Prevesa in Albania. I cacciatorpediniere Artigliere e Corazziere la presero sotto il fuoco delle loro artiglierie, costringendola ad incagliarsi in fiamme. La torpediniera Antalia tentò di uscire dallo stesso porto per appoggiare l'altra unità turca, ma, raggiunta dalle bordate delle navi italiane fu messa fuori uso prima di poter impegnare il nemico.

Con questo primo combattimento la guerra era iniziata e nono esistevano più margini diplomatici per evitarla.

[modifica] Gli sbarchi in Africa

Già prima della dichisrazione di guerra la marina italiana cercava di intercettare il piroscafo turco Derna che era partito da Salonicco con un carico di fucili Mauser, ma non ebbero la possibilità di bloccarlo, dato che il capitano si protesse sotto la bandiera tedesca[3]. Quando il Derna giunse a Tripoli, fra il 28 ed il 30 settembre, fu iniziata l'evacuazione degli italiani dalla città.

[modifica] Tobruk

Nonostante la riconosciuta importanza di Tripoli, Tobruk fu la prima città della Libia ad essere occupata, per il suo ottimo porto e l'importante posizione strategica, che impediva ogni movimento costiero da e per l'Egitto. La mattina del 4 ottobre una squadra navale italiana entrò nella rada e, dopo pochi colpi di cannone, iniziò lo sbarco di circa quattrocento uomini, avvenuto senza incontrare resistenza.

[modifica] Tripoli

Le operazioni militari contro Tripoli iniziarono il 3 ottobre, ma, in presenza di opere frotificate organizzate a difesa (anche se carenti di artiglierie), le corazzate italiane dovettero impegnare le gurnigioni con il tiro dei loro cannoni. Le truppe turche regolari avevano già lasciato la città il giorno 2 ottobre per ritirarsi nel campo fortificato di Ain Zara, a circa 10 km a sud est di Tripoli. Il bombardamento dei forti Sultanié (ad ovest della città) e Hamidié (ad est della città) durò dalle 15.30 fino a sera, danneggiando gravemente i forti e mettendo a tacere le loro (scarse) artiglierie, senza danneggiare sensibilmente nessuna abitazione civile.

Il giorno 4 ottobre lo smantellamento delle fortificazioni, contrastato solo da colpi sporadici sparati dal forte Sultanié. Una pattuglia, sbarcata a terra, verificò l'evacuazione del forte Hamidié, intanto il console tedesco raggiungeva la Benedetto Brin (nave ammiraglia italiana) su una lancia per richiedere un sollecito sbarco, dato che in città, dopo la partenza della guarnigione turca, erano cominciati episodi di saccheggio.

In seguito a questa situazione fu organizzata una forza di 1732 uomini al comando del capitano di vascello Umberto Cagni e fu fatta sbarcare il giorno 5. Dato che questa era l'unica forza disponibile per tenere la città e che il convoglio che trasportava le forze di terra, ancora attraccato a Napoli e Palermo, non sarebbe giunto che dopo diversi giorni, la situazione era critica, poichè un contrattacco delle forze turche, a pochi chilometri dalla città, avrebbe potuto spazzar via la testa di ponte italiana. Il capitano Cagni riuscì a dare l'impressione che la forza sbarcata fosse molto più numerosa di quanto era in realtà, ed in tal modo riuscì a ritardare qualsiasi attacco per una settimana. Intanto il governatore provvisorio cercava di tenere buoni rapporti con i capi arabi della città, che riconobbero l'occupazione senza eccessive difficoltà. La guarnigione turca iniziò la marcia di avvicinamento a Tripoli solo il 10 ottobre. Finalmente il giorno 11 arrivarono a Tripoli i piroscafi America e Verona e l'incrociatore Varese, che, essendo le navi più veloci, si erano staccate dal resto del convoglio. Le navi trasportavano l′84° reggimento fanteria, due battaglioni del 40° reggimento fanteria ed un battaglione dell'11° reggimento bersaglieri, per un totale di 4800 uomini. Il giorno successivo giunse il resto del convoglio, assicurando il controllo della città all'Italia.

[modifica] Homs

L'8°reggimento bersaglieri a Tripoli fu mantenuto sulle navi e, dato che si parlava di Homs come una località tranquilla e già abbandonata di turchi, alle 7 del mattino del 17 ottobre si presentò al largo di quella località. In realtà la guarnigione turca (300 uomini) era ancora nella città, ma il contrasto maggiore venne dalle pessime condizioni del mare, che costrinsero a ritardare lo sbarco di ben quattro giorni. Immediatamente prima dello sbarco la gurnigione si ritirò sulle alture del Mergheb che dominavano l'abitato.

Due giorni dopo lo sbarco i bersaglieri tentarono di occupare le alture, ma, oltre che dalla guarnigione turca, furono impegnati da circa 1500 irregolari arabi. Dato che il colonnello Maggiotto (comandante dell'8° bersaglieri) ritenne la posizione raggiunta non difendibile a sera i bersaglieri si ritirarono in città.

Imbaldanziti da questo successo i turchi il 28 ottobre attaccarono le trincee attorno ad Homs con circa 2000 irregolari. Tuttavia, respinti dai bersaglieri rinforzati da due plotoni di marinai, gli irregolari tornarono ai loro villaggi, senza ulteriormente minacciare la città.

[modifica] Derna

L'occupazione di Derna fu effettuata dal I/40° fanteria che, imbarcato a Tobruk sul piroscafo Favignana, il 16 ottobre fu portato di fronte alla città. La mattina successiva, a causa delle cattive condizioni del mare, sbarcarono solo pochi uomini al comando del capitano di fregata Piero Orsini. Nei giorni successivi altri sbarchi portarono la gurnigione italiana a 250 fucili. Lo sbarco terminò solo il 2 ottobre, quando fu messo a terra tutto il battaglione. Il [[25 ottobre] giunsero, direttamente dall'Italia il 22° reggimento fanteria, il battaglione alpini Saluzzo ed un plotone del genio al comando del colonnello Zupelli. Per garantire il rifornimento idrico Zupelli fece occupare e fortificare il ciglione dell'altipiano che si alzava dietro la città, dove si trovava la fonte che la riforniva.

[modifica] Bengasi

Bengasi era la capitale della Cirenaica ed il centro strategico più importante dopo Tripoli, contava circa 15000 abitanti[4]. La mattina del 18 ottobre una squadra navale partita da Augusta si presentò davanti alla città. Le truppe destinate all'azione erano il ed il 63° reggimento fanteria (circa 4000 uomini) supportati da reparti del genio e da 2 batterie di artiglieria da montagna. La guarnigione turca contava 450 uomini. Il giorno successivo, dato che le intimazioni di resa non avevano avuto esito, le navi aprirono il fuoco alle 7.30, coprendo si le fortificazioni turche (Berka e Castello) sia la spiaggia della Giuliana dove doveva avvenire lo sbarco. Prima ancora che terminasse il bombardamento, alle 8.50, i primi uomini prendevano terra al comando del capitano di fregata Angelo Frank, attestandosi su una linea di dune a circa 100 m dalla battigia. Successivamente iniziò lo sbarco delle fanterie, tuttavia, da alcune trincee ben mimetizzate, inizò il fuoco nemico che arrestò l'avanzata degli uomini di Frank. Fortunatamente l'unico punto dominante la spiaggia, cioè l'altura su cui si trovava il cimitero cristiano, era indifeso, quindi fu subito occupato da Frank con due pezzi di artiglieria. I contrattacchi turchi per impadronirsi della posizione furono tutti frustrati dal fuoco dei marinai e degli artiglieri.

Attorno alle 15.30 il grosso del contingente da sbarco era a terra, al comando del generale Bricola. Fu deciso di aggirare le difese nemiche con due battaglioni del 4° fanteria, l'assalto ebbe successo, ma le perdite nno furono lievi, comprendendo diversi ufficiali fra cui lo stesso Frank. Il mattino seguente fu occupata tutta la città.

Tuttavia, la sera stessa, nuclei di irregolari attaccarono gli avamposti difensivi italiani. nei giorni successivi affluirono a Bengasi notevoli rinforzi ( e 68° reggimento fanteria). Il presidio inizialmente si ritirò a El Abia, ma successivamente si riaccostò alla città, occupando Sidi Muftà (Benina). Nel campo di Benina arrivarono ade essere presenti 20000 irregolari[5]. La presenza di questo campo impedì ogni attività offensiva italiana per tutta la durata della guerra.

[modifica] Le operazioni in Tripolitania

Schizzo del combattimento di Sciara Sciat (23 Ottobre 1911)
Schizzo del combattimento di Sciara Sciat (23 Ottobre 1911)

In seguito allo sbarco italiano la guarnigione turca di Tripoli si ritirò nei campi di Azizia e di Suarei Ben Adem, dove radunò un numero imprecisato di mehalla (milizie regionali irregolari) per più di 10000 uomini[6]. Il giorno 23 ottobre, non visti dalla ricognizione italiana, che proprio in quell'occasione iniziò ad usare aeroplani, gli arabi impegnarono il perimetro difensivo italiano di Tripoli, dal lato ovest e nella zona centrale. In quel momento il perimetro difensivo della città (circa 13 km di sviluppo) era tenuto da circa 8500 uomini e tre batterie di artiglieria: e 40° reggimento fanteria ad ovest, 82° e 84° reggimento fanteria con fronte sud al centro e 11° reggimento bersaglieri ad est. Le posizioni dei bersaglieri erano quelle peggio organizzate, in quanto attraversavano la Menscia, quartiere dell'oasi di Tripoli densamente abitato e quindi non potevano essere supportate da artiglieria (per mancanza di campo di tiro) e non erano state approntate a difesa per evitare di danneggiare le proprietà degli abitanti. L'attacco principale fu rivolto fu rivolto proprio contro i bersaglieri che riuscirono a difendersi nella parte più interna, ma che a Sciara Sciat (presso la costa), attaccati alle spalle con colpi provenienti dall'abitato, furono respinti con gravi perdite. In particolare la 4° e 5° compagnia furono quasi annientate, avendosi solo 57 superstiti[7]. Sciara Sciat fu rioccupata solo al tramonto da un battaglione dell′82° reggimento fanteria dopo un combattimento casa per casa. L'attacco turco fu reiterato il 26 ottobre, alle 5 del mattino, praticamente con tutte le forze disponibili, impegnando tutto il settore sud est. Nonostante sfondamenti limitati la linea italiana riuscì a tenere soprattutto per la copertura dell'artiglieria ed i contrattacchi dei rinforzi provenienti dalla città.

L'unico effetto militare dei combattimenti del 23 e 26 ottobre fu l'accorciamento del perimetro verso est, invece dal punto di vista politico segnarono la fine dell'illusione italiana di poter collaborare con gli arabi per cacciare i turchi. La repressione contro gli arabi fu estremamente dura, inasprita anche dalle crudeltà degli arabi stesssi verso i prigionieri[8].

Nel corso di novembre furono trasportati dall'Italia 7 battaglioni di fanteria, uno di alpini, uno di granatieri ed una batteria da 75 mm, riuniti nella 3° divisione speciale[9] (tenente generale De Chaurand). Il 26 novembre l'11° bersaglieri ed il 93° fanteria con due battaglioni di granatieri, rioccuparono totalmente l'oasi e ripresero tutte le posizioni lasciate fra il 27 ed il 28 ottobre, protetti sul fianco sinistro dal 23° e 52° reggimento fanteria da eventuali attacchi provenienti da Ain Zara.

Nel corso dell'inverno le truppe italiane furono falcidiate dal colera, che, già presente a Tripoli fin dal 1910, ebbe la sua prima vittima fra gli italiani il 13 ottobre. L'epidemia imperversò fino a fine dicembre, con 1080 militari colpiti e 333 morti[10]. Le perdite totali nel campo di Ain Zara, dove ugualmente imperversò l'epidemia, non sono mai state rese note, però fra i turchi furono di 42 ufficiali e 200 soldati[11] su poco più di 2000 uomini.

[modifica] L'occupazione di Ain Zara

Prima di proseguire nell'occupazione della Tripolitania era necessario neutralizzare la minaccia di Ain Zara, a soli 10 km da Tripoli. Ain Zara era tenuta da circa 8000 uomini, con una batteria di 7 cannoni Krupp da 87 mm, fortificata e ben predisposta a difesa. Le azioni iniziarono il 4 dicembre con 12000 uomini, operanti su due colonne separate con una terza colonna pronta in riserva nell'oasi di Tripoli.

La prima colonna (gen. Pecori Giraldi) operò con le due brigate (Giardina e Lequio) separate. La seconda colonna (gen. Rinaldi) su 82° e 84° reggimento fanteria operò direttamente contro le difese turche, sotto il fuoco delle artiglierie, che, però, furono subito sottoposte al tiro di controbatteria dei 149 mm e dei mortai da 210 mm italiani che, per dirigere il tiro, utilizzarono anche osservatori aerei. La terza colonna (col. Amari), su due battaglioni del 52° reggimento fanteria impegnò gli arabi nel villaggio di Amrus, impedendo loro di concorrere alla difesa di Ain Zara, ma senza ottenere guadagni territoriali.

Alle 15, sotto il tiro delle artiglierie italiane e minacciati di aggiramento dalla brigata Giardina, i turchi iniziarono a ritrarsi dalle trincee, abbandonando le artiglierie, senza che le unità italiane tentassero l'inseguimento nel corso della stessa giornata. Il giorno successivo ormai le mehalla arabe si erno sparpagliate nel deserto.

Il risultato della battaglia che, sia pur positivo, aveva mostrato l'incapacità delle truppe italiane di sfruttare il successo, spinse al trasferimento in Libia di unità di ascari dall'Eritrea ed alla costituzione di unità di artiglieria cammellate.

Il trasferimento del principale campo nemico da Ain Zara a Azizia permise agli italiani di completare l'occupazione dell'oasi di Tripoli e di congiungere la posizione fortificata appena conquistata a Tripoli con un tronco ferroviario.

[modifica] Le operazioni finali in Tripolitania

Dato che la penetrazione nell'interno appariva rischiosa e portava a grossi problemi logistici il comando italiano decise di estendere il controllo lungo la costa, isolando così le forze dell'interno, rifornite fino a quel momento da contrabbandieri attraverso la Tunisia ed il porto di Zuara.

ll 19 dicembre un tentativo di operazione contro l'oasi di Bir Tobras (14 km a sud di Ain Zara) si risolse in uno scacco per le forze italiane, che persero l'orientamento nel deserto e rischiarono di essere accerchiate. Dopo una giornata di resistenza precaria, nel corso della notte le unità iniziarono una lenta ritirata in formazione difensiva (quadrato), per rientrare ad Ain Zara solo la sera successiva.

Nel corso di dicembre vennero effettuate diverse operazioni lungo la costa, arrivando (17 dicembre) fino all'oasi di Zanzur (sulla costa, 30 km ad ovest di Tripoli), senza tuttavia occuparla. Nel gennaio 1912 fu occupata Gargaresch (6 km da Tripoli) che fu tenuta dopo un attacco degli arabi il 18 gennaio.

Per occupare Zanzur il 22 dicembre ad Augusta fu imbarcata la 10ª brigata fanteria, che doveva sbarcare nella penisola di Rus-el-Macabez, tuttavia, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, lo sbarco fu rinviato fino alla seconda metà di febbraio, tenendo le truppe acquartierate a Catania e Siracusa. Le condizioni del mare si stabilizzarono solo ad aprile. Il convoglio delle truppe, partito da Augusta, giunse davanti alla costa libica il 9 aprile, un'azione diversiva verso Zaura attirò nel villaggio il grosso delle forze turche presenti, ed il 10 aprile iniziò lo sbarco a Macabez della 5ª divisione (gen. Garioni), composta da circa 10000 uomini, che occupò immediatamente il fortino di Bu Kemez.

Il 1 maggio, con base operativa ad Homs, furono occupati alcuni rilievi argillosi situati oltre il Mergheb detti Montagnole Rosse e le vicine rovine di Lebda (Leptis Magna). Una volta occupata la zona fu stabilita una catena di ridotte che la collegava al Mergheb e ad Homs. Un tentativo di attaccare queste ridotte, effettuato da arabi guidati da ufficiali turchi, nella notte prima del 12 giugno permise l'occupazione di una ridotta con l'eliminazione quasi completa della guarnigione. Tuttavia la mattina successiva gli attaccanti furono sorpresi dalle forze italiani che venivano in rinforzo (3 compagnie, due dell′8° Reggimento bersaglieri ed una dell′89° Reggimento fanteria) nel letto di un wadi. Praticamente non fu possibile nessuna forma di resistenza da parte degli arabi, che furono quasi tutti eliminati dal fuoco proveniente dall'alto. Alle 14 era finito tutto.

L'8 giugno una forte colonna mosse da Gargesch per Zanzur ed ancora prima del sorgere del sole inziarono gli scontri, che ben presto impegnarono tutto il fronte. A supporto delle fanterie italiane operavano anche i cannoni di grosso calibro della Carlo Alberto, che provocarono molti morti nelle trincee turche. Alle 13 gli obiettivi italiani erano stati raggiunti ed i contrattacchi turchi erano stati sventati. Tuttavia, invece di inseguire il nemico, le fanterie italiane consolidarono le posizioni dominanti la cittadina.

Per porre termine al contrabbando di armi via mare era necessario occupare l'ultimo porto della Tripolitania ancora sotto controllo dei Turchi, cioè quello di Misurata, all'imbocco del Golfo della Sirte. Dato che la città distava diversi chilometri dalla costa, lo sbarco fu effettuato a Ras Zurug, il giorno 16 giugno. Tuttavia, invece di marciare direttamente sulla città, gli italiani cercarono di fortificare la testa di ponte, per cui, quando finalmente si mossero, la guarnigione turco araba era stata portata a 4000 uomini[12]: Constatata la situazione il comandante delle truppe italiane chiese altri rinforzi per poter investire la città, quindi l'attacco fu procrastinato fino all'8 luglio. Il perno delle difese arabe a era a Zurug, villaggio dove si intersecavano le due carovaniere che portavano a Misurata. Sebbene arabi e turchi fossero trincerati in fortificazioni campali, l'ala sinistra italiana riuscì ad avvolgere lo schieramento avversario e penetrare entro Zurug, costringendo tutto il fronte turco a ritirarsi oltre Misurata, nell'oasi di Gheran. il 20 luglio un'incursione italiana costrinse i turchi a ritirarsi anche da questa posizione.

[modifica] Le operazioni in Cirenaica

Le operazioni in Cirenaico furono estremamnet limitate per tutta la durata della guerra, anche in considerazione del fatto che fra gli arabi l'ostilità verso gli italiani era più diffusa, anche per la maggiore influenza senussita nella regione. Inoltre il comandante delle truppe turche nella regione, colonnello Enver Bey, essendo genereo del Califfo (massima autorità spirituale mussulmana) ebbe buon gioco a convincere gli arabi ad appoggiarlo.

Il 17 novembre truppe regolari turche e beduini attaccarono la ridotta all'estrema destra dello schieramento italiano che che copriva Derna, senza riuscire ad ottenere alcun risultato. Una ricognizione effettuata il 24 novembre per individuare le basi di partenza dei turchi si risolse in un aspro combattimento nel wadi di Derna e le truppe italiane, chiuse dalle pareti estremamente scoscese del vallone, riuscirono a ripiegare solo con grandi difficoltà. In seguito a questa situazione fu costruita una linea di fortificazioni, imperniata su due fortini (Lombardia e Piemonte) posti sul ciglio dell'altipiano che sovrastava la città.

Nella zona di Tobruk si ebbe un solo scontro, il 22 novembre, fra una compagnia del 20° reggimento fanteria che stava costruendo fortificazioni campali e truppe arabe con ufficiali turchi. Alcune fonti[13] indicano la presenza fra gli ufficiali turchi di Kemal Atatürk.

Il 27 dicembre uscì da Derna una ricognizione in forze su tre colonne, la colonna di destra alle 9 avvistò un accampamento nemico, ma, attaccata ed aggirata dai turchi, fu in parte messa in rotta e quindi anche il resto della truppa dovette ripiegare. Mentre la colonna centrale non subì molestie, la colonna di sinistra (separata dalle altre dal letto del wadi) fu costretta a ripiegare su terreno rotto, abbandonando le mitragliatrici.

Nella zona di Bengasi si ebbero solo scontri di pattuglie fino al 25 dicembre, quando le opere fortificate italiane furono investite su un vasto fronte, con risultait pressochè nulli fino alla sera. Al tramonto le forze turche si ritirarono senza essere inseguite.

In prossimità di Derna il 3 marzo 1912 circa 1500 fra turchi e arabi impegnarono le truppe che stavano proteggendo i lavori della ridotta Lombardia, a nord ovest della città. I pochi fanti del I/26° reggimento fanteria tennero la posizione, grazie alla loro superiorità di fuoco, dall'alba fino alle 11.35, quando affluirono sul luogo del combattimento tutte le truppe presenti in città. Il disordine nell'affluenza dei rinforzi (che, essendo di reparti diversi, non avevano una catena di comando univoca) e l'intervento dell'artiglieria turca misero in crisi tutto lo schieramento italiano, tanto che alle 13.40 venivano richiesti ulteriori rinforzi. Gli arabi, guidati da ufficiali turchi, operavano sfruttando la copertura offerta dal terreno e tentando l'avvolgimento dello schieramento italiano, tanto che in alcune occasioni dovettero essere respinti alla baionetta. Attorno ad una sezione di due pezzi da montagna schierati a difesa del fronte italiano si combatté duramente fino alle 14.30, con la perdita di quasi tutti gli artiglieri. La situazione fu stabilizzata solo alle 15 ed a sera i turchi ruppero il contatto.

L'unico combattimento di un certa rilevanza nella zona di Bengasi avvenne nell'oasi di Suani Abd el Rani (chiamata dai soldati l'Oasi delle due palme), circa 8 km a sud est della città il 12 marzo, conclusasi con la vittoria italiana dopo circa quattro ore di combattimenti.

Nella seconda metà di luglio giunsero nel campo turco sopra Derna 4 cannoni con i serventi dell'artiglieria turca, iniziando subito il bombardamento delle difese e dell'abitato. Per far cessare questi attacchi il comandante della piazza il 14 settembre mosse verso il campo arabo-turco con tre colonne. La prima colonna doveva partire dalla ridotta Lombardia per attaccare in direzione ovest, un'azione diversiva che si risolse in scaramucce isolate. Le altre due colonne avevano il compito dell'attacco principale dalla ridotta Piemonte verso sud. Le truppe, dopo aver superato la resistenza iniziale, si attestarono a difesa sul bordo dell'altipiano, dominando le linee di rifornimento dei turci. Il 17 settembre il comandante turco Enver Bey contrattaccò le posizioni difese dagli italiani lungo tutto lo schieramento. I turchi e gli arabi furono ricacciati dal fuoco proveniente dalle posizioni difensive nel letto del wadi Bu Rues (un affluente del wadi Derna) dove vennero intrappolati e decimati da un battaglione di alpini che aveva aggirato il fianco del nemico. Un nuovo attacco, tentato la sera dello stesso giorno, si risolse in un nuovo disastro per i turchi, inseguiti e massacrati dagli ascari erittrei.

Dopo questa azione il settore della Cirenaica non fu più minacciato dalle attività turche. L'ultima azione bellica su quel fronte avvenne l'8 ottobre, pochi giorni prima della firma della pace.

[modifica] Il fronte dell'Egeo

All'inizio del 1912 le potenze europee si attivarono per conoscere le condizioni in base alle quali Italia e Turchia avrebbero potuto portare avanti trattative di pace, ovviamente l'Italia intendeva trattare solo sulla base del decreto del 5 novembre 1911, con cui stabiliva l'annessione della Libia, base di trattativa ovviamente inaccettabile per la Turchia. Per forzare la Turchia alla trattativa il governo italiano decise di portare le guerra presso il territorio metropolitano del nemico, e fu decisa l'apertura di un secondo fronte nel Mar Egeo, proprio allo sbocco dell'arteria vitale per l'Impero Ottomano, cioè lo stretto dei Dardanelli.

L'inizio dell'attività diplomatica tesa ad aprire il nuovo fronte fu iniziato con una nota alle cancellerie del 7 marzo, e le operazioni effettive iniziarono nella notte fra il 17 ed il 18 aprile, quando navi italiane tagliarono i cavi telegrafici che univano le isole di Imbro e Lemno al continente asiatico. Il giorno 28 fu occupata Stampalia, con l'obiettivo di occupare tutte le Sporadi meriodionali. L'isola più importante sia dal punto di vista politico che di quello strategico è Rodi, popolata all'epoca da 27.000 abitanti e difesa da una guarnigione di 13.000 uomini dell'esercito regolare turco.

Il primo sbarco a Rodi avvenne il 4 maggio, quando 8.000 uomini (34° e 57° reggimento fanteria, 4° reggimento bersaglieri, un battaglione alpini e reparti di genio, cavalleria e artiglieria) presero terra nella baia di Kalitea (a circa 10 km dalla capitale Rodi). Verso sera il corpo di invasione era alle porte della capitale, che nella notte venne evacuata dalla guarnigione turca e la mattina seguente si arrese. La popolazione greca accolse amichevolmente le truppe italiane, mentre la popolazione turca rimase più riservata, anche se non palesemente ostile[14]

La guarnigione turca si era ritirata a Psithos, un villaggio che dominava la costa occidentale dell'isola, e che, essendo in una regione impervia e praticamente priva di strade, era difficilmente raggiungibile anche senza l'opposizione nemica. Per evitare che le forze turche rompessero il contatto per riprendere la lotta da una zona altrettanto disagevole il comandante italiane (generale Ameglio) il 15 maggio fece muove tre colonne sul villaggio da tre direzioni diverse (da Rodi, Kalavarda e Malona), le ultime due colonne furono portate sulle basi di partenza con le navi della flotta. Le tre colonne giunsero in vista del campo nemico quasi contemporaneamente, ed il 17 maggio il campo turco era completamente circondato, le forze turche cercarono di attaccare la colonna proveniente da Kalopetra (la seconda). A sera i turchi, senza essere riusciti ad aprirsi la strada, si sbandarono per i monti, senza essere inseguiti dalle forze italiane. Avendo lascito gran parte dei viveri e dell'equipaggiamento a Psithos le truppe turche il giorno successivo chiesero ed ottennero la resa con l'onore delle armi.

Caduta Rodi proseguì l'occupazione delle Sporadi: Calchi 8 maggio, Scarpanto, Caso, Nisiro, Piscopi, Calino, Lero e Patmo il 12 maggio. A quel punto l'Italia aveva il controllo del Mar Egeo.

[modifica] Le azioni della Regia Marina

[modifica] Mare Adriatico e Mare Ionio

Come già detto le prime azioni della Regia Marina avvennero in Adriatico, appena due ore dopo la scadenza dell'ultimatum, tuttavia queste operazioni dovettero essere sospese quasi subito, a causa delle vivaci reazioni dell'Austria, che non gradiva la presenza della flotta italiana in assetto di guerra di fronte alle basi principali della sua marina. Nel corso degli sbarchi in Libia la Marina appoggiò attivamente le azioni dell'esercito, sia con le artiglierie navali sia fornendo personale per difendere le teste di ponte create dagli sbarchi stessi.

[modifica] Mare Egeo

Il 20 febbraio il comandante della squadra dell'Egeo (Contrammiraglio Thaon de Revel) ricevette l'ordine di catturare e distruggere le unità turche Avyllah (incrociatore corazzato) e Angora (torpediniera) di base a Beirut (entrambe di costruzione italiana nel 1906), la squadra (incrociatori Garibaldi e Ferruccio) si presentò davanti al porto di Birut e, dopo aver intimato la resa senza ricevere risposta, alle 9 aprì il fuoco affondando entrambe le navi turche.

Fin dall'inizio della guerra la Regia Marina aveva sviluppato piani per il forzamento dei Dardanelli, in modo da costringere la flotta turca (più debole di quella italiana) ad una battaglia risolutiva, tuttavia le analisi avevano mostrato che il forzamento effettuato con le navi maggiori (corazzate e incrociatori) avrebbe comunque comportato gravi danni alle navi e perdite stimate di circa 2000 uomini, quindi il piano era stato sospeso. Invece nel luglio 1912 si pensò di forzare gli stretti con naviglio leggero, scegliendo per condurre l'azione le torpediniere della 3° squadriglia (Spica, Centauro, Perseo, Astore, Climene) agli ordini del Capitano di Vascello Enrico Millo. L'isola di Strati fu scelta come base logistica per l'azione, l'appoggio indiretto (tenendosi comunque furi dalle acque dello stretto) sarebbe stato fornito dall'incrociatore Vettor Pisani e dai cacciatorpediniere Borea e Nembo. Le torpediniere si portarono all'imbocco dello stretto il giorno 18 luglio alle 22.30, navigando in linea di fila a 12 nodi. Fino alle 24.40 le navi non ebbero problemi, ma a quel punto il proiettore di Capo Helles sulla costa europea inquadrò la torpediniera Astore, iniziando il cannoneggiamento e dando l'allarme. Le torpediniere riuscirono ad eludere i tiri di artiglieria dei turchi, manovrando alla velocità massima, ed arrivarono in vista della baia di Cianak, dove si trovava la flotta turca. A quel punto la Spica fu bloccata da un cavo di acciaio (probabilmente una rete parasiluri) danneggiando le eliche. Dopo diversi tentativi, quando già Millo stava per dare l'ordine di abbandonare la nave, la Spica riuscì a disincagliarsi, ma, a quel punto le probabilità di successo erano molto ridotte, quindi la missione venne interrotta e, dopo aver percorso a ritroso i 20 km dello stretto, le torpediniere si ricongiunsero con le navi di appoggio, senza aver subito altri danni.

[modifica] Mar Rosso

La flotta italiana del Mar Rosso aveva base in Eritrea dove erano dislocate quattro unità minori: cannoniere Aretusa e Staffetta, incrociatori protetti Puglia e Volturno, a cuii, nel corso della guerra, si aggiunsero: incrociatori Calabria e Piemonte, cacciatorpediniere Artigliere, Garibaldino, Elba, Liguria, Governolo, Caprera, Granatiere e Bersagliere, queste unità erano sotto il comando del Capitano di Vascello Cerrina Ferroni. Le prime azioni di guerra portarono alla distruzione di due cannoniere e di undici sambuchi ottomani, probabilmente destinati ad uno sbarco in Eritrea per aprire un fronte diversivo contro l'Italia. Dal canto suo l'Italia forniva aiuti allo sceicco Assir Said Idris, che combatteva i turchi nella penisola araba.

L'episodio più rilevante fu uno scontro avvenuto il 7 gennaio 1912 fra le navi italiane Puglia, Piemonte, Calabria, Artigliere e Garibaldino e sette cannoniere e uno yacht armato turche. Mentre Calabria e Puglia bombardavano i forti di Medi e Loheia, le altre unità furono impegnate dalle unità turche nei pressi di Kunfida, nel giro di tre ore le cannoniere erano state affondate o costrette all'incaglio, e lo yacht era stato catturato. Quest'ultimo, ribattezzato Kunfida, entrò in servizio nella Regia Marina.

Dopo questo episodio cessò ogni attività militare nel Mar Rosso da parte di entrambi i contendenti.

[modifica] L'aeronautica

La guerra italo turca fu la prima guerra in cui si fece uso di arei in funzione bellica, l'Italia inizialmente mise in campo 9 aeroplani: 2 Blériot, 3 Nieuport, 2 Farman e 2 Etrich Taube. Questi nove aerei avevano 11 piloti, 5 con brevetto superiore e 6 con brevetto semplice, inquadrati nella 1ª Flottiglia Aeroplani, al comando del capitano Carlo Maria Piazza (8° Reggimento artiglieria da campagna). Il reparto si imbarcò a Napoli il 12 ottobre e solo dopo molte difficoltà potè stabilire un campo di fortuna a sud ovest di Tripoli, in una località chiamata Cimitero degli Ebrei. Il primo volo bellico fu effettuato da Piazza il 23 ottobre 1911, con il suo Blèriot (codice di identificazione 1). Una seconda squadriglia di aeroplani fu stabilita a Bengasi (un Blériot, un Farman ed un Ateria). Gli aerei, inizialmente utilizzati per ricognizione, ben presto furono impiegati anche per il bombardamento delle colonne nemiche (1 novembre). Il 28 ottobre per la prima volta un aereo diresse il tiro di artiglieria del Sardegna sull'oasi di Zanzur. Nel corso della guerra ci fu anche il primo pilota militare morto in azione, il sottotenente Manzini, che il 25 agosto precipitò in mare davanti a Tripoli con il suo aereo.

Meno nota della flottiglia di aeroplani fu la Sezione Aerostatica su palloni frenati (draken) e, a partire dal marzo 1912, anche di dirigibili.

La disponibilità di dirigibili per le forze armate italiane all'inizio della guerra era quattro di modello piccolo (P), 2 di modello medio (M) ed uno floscio tipo Parseval 17, la gestione dei dirigibili avveniva attraverso reparti misti della marina e dell'esercito. I dirigibili tipo P (gli unici usati nel corso della guerra) avevano un volume da 4200 a 4700 m3, monomotori con navicella in legno per permettere la discesa in acqua[15]. La mobilitazione avvenne subito dopo lo scoppio della guerra con un battaglione specialisti con un cantiere dirigibili, installato presso Brindisi per effettuare ricognizioni sul canale d'Otranto e sulle coste albanesi (controllate dalla Turchia). Data l'opposizione dell'Austria-Ungheria. che aveva una base militare a Cattaro, il cantiere nel corso dell'inverno venne trasferito a Tripoli. Il giorno 16 dicembre un uragano travolse gli hangar in allestimento, danneggiando anche i dirigibili già presenti (P.2 e P.3), quindi, dovendo riapprovvigionare un hangar capace di contenere i due dirigibili e le parti di ricambio per gli stessi, questi furono pronti solo a marzo. La prima missione fu effettuata in coppia il 5 marzo su Gargareh e Zanzur, con ricognizione e lancio di bombe da parte del P.3. I dirigibili si dimostrarono buoni incassatori quando colpiti dal fuoco di fucileria, ma non furono mai colpiti dal tiro di artiglieria, che pure fu tentato in diverse occasioni. Data la minore velocità dei dirigibili nei confronti degli aeroplani furono effettuate anche missioni di fotoricognizione (cioè furono prese fotografie aeree delle posizioni nemiche). In occasione dello sbarco a Bu Kemez furono anche tentate operazioni di rifornimento in mare per permettere ai dirigibili di operare a quella distanza da Tripoli, le operazioni furono effettuate, ma con grave rischio per le aeronavi a causa delle cattive condizioni meteo. In totale i due dirigibili effettuarono 127 missioni con una percorrenza di circa 10.000 km in territorio ostile.

Il P.1 operò con base a Bengasi a partire dal 29 maggio, effettuando un totale di 9 missioni, fra cui una di bombardamento notturno.

[modifica] La pace

La speranza del governo italiano, quando inziò la guerra, era quella di risolvere tutto in pochi mesi, tanto che già il 5 novembre 1911 (quindi in una situazione militare tutt'altro che chiara) emanava il decreto di annessione della Tripolitania e della Cirenaica. Il decreto era emanato per fini sostanzialmente politici, cioè per mettere le potenze europee davanti a quello che si sperava un "fatto compiuto" e tentando di trasformare tutta la guerra in un "evento interno" italiano. Il fatto che la Turchia non accettò mai questo decreto rimise in discussione la politica italiana e le sue tendenze espansionistiche. L'Italia diplomaticamente era appoggiata da Gran Bretagna e Russia. La Francia teneva un basso profilo, tendendo comunque più ad appoggiare che a contrastare l'Italia, comunque chiudendo un occhio sul contrabbando di armi turco attraverso la Tunisia[16]. La Germania appoggiava il governo turco con armi e consiglieri militari, mentre l'Austria teneva una posizione sostanzialmente ostile all'Italia.

I primi contatti non ufficiali furono avviati dal comm. Giuseppe Volpi, che nei primi anni del secolo aveva creato una forte organizzazione per il commercio nei Balcani e nella Penisola Anatolica, la Società Commerciale d'Oriente, con sede a Costantinopoli. Naturalmente, per avere quella potenza economica, Volpi doveva avere anche contatti politici, che sfruttò abilmente per chiarirsi la situazione, cioè il fatto che il governo turco ormai (primavera 1912) considerava compromesso l'esito della guerra, pur cercando di limitare al minimo le ripercussioni politiche dell'esito del conflitto. Su questa base il 12 luglio 1912 iniziarono colloqui a Losanna fra una delegazione italiana (Volpi, on. Bertolini, on. Fusinato) ed una delegazione turca (principe Salid Halim Pascià). Questa fase delle trattative fu interrotta il 24 luglio, a causa di una crisi politica del governo turco.

Le trattative riprese ben presto, il 13 agosto, a Caux, con la delegazione italiana immutata e la delegazione turca in cui due diplomatici (Naby Bey e Freddin Bey) affiancavano Salid Halim. Mentre venivano portate avanti le trattative la situazione interna turca peggirò sensibilmente, con diserzioni di molti reggimenti in Turchia e in Tracia[17]. I colloqui furono trasferiti a Ouchy il 3 settembre, senza che tuttavia si avessero progressi significativi. A ottobre la situazione per la Turchia precipitò, con la mobilitazione di Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria contro la Turchia. In questa situazione Giolitti il 3 ottobre fece sapere che, se la Turchia non avesse accettato la pace, l'Italia avrebbe impedito il trasporto di truppe turche via mare. Di fronte a questa minaccia, che avrebbe impedito alla Turchia di difendere efficacemente i suoi territori europei, la Sublime Porta dovette cedere ed accettare la pace. Il trattato di pace fu firmato il 18 ottobre, dopo che tre giorni prima erano stati firmati i preliminari di pace e che nei due giorni seguenti i governi italiano e turco aveano emanato i decreti attuativi della convenzione.

[modifica] Le condizioni di pace

Nel trattato di pace veniva disposto:

  • cessazione delle ostilità, scambio dei prigionieri, ripristino dello statu quo ante
  • autonomia della Tripolitania e della Cirenaica dall'Impero Ottomano
  • richiamo dei funzionari militari e civili dalla Libia (Turchia) e dalle isole dell'Egeo (Italia)
  • amnistia per le popolazioni arabe che avevano partecipato alle ostilità
  • l'Italia si impegnava a versare annualmente alla Turchia una somma corrispondente alla media delle somme introitate dalle province negli ultimi tre anni prima della guerra
  • l'Italia garantiva nelle due province la presenza un rappresentante religioso del Califfo

La restituzione delle isole dell'Egeo era subordinata al ritiro delle truppe ottomane dalla Libia, quindi non venne attuata e, di fatto, l'occupazione delle isole proseguì fino alla Seconda guerra mondiale.

Nei giorni successivi la sovranità italiana sulla Libia fu riconosciuta da Russia, Austria, Germania, Inghilterra e Francia, cioè da tutte le maggiori potenze europee.

[modifica] Il dopoguerra

Le guarnigioni turche in Tripolitania si arresero all'atto della pace e furono rimpatriate in parte da Tripoli ed in parte attraverso la Tunisia. Invece le guarnigioni della Cirenaica, guidate dal bellicoso Enver Bey, che aveva giurato di continuare la guerra anche contro i decreti del governo centrale, tergiversarono e furono mantenute in loco per tutto il perdurare della guerra balcanica.

Le popolazioni arabe della Cirenaica, non si rassegnarono al fatto compiuto, e proseguirono azioni di guerriglia contro gli italiani, azioni che, anche a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, che costrinse l'Italia a ridurre notevolmente la presenza militare oltremare, costrinsero negli anni successivi alla guerra un'operazione di ripristino della sovranità italiana che durò per tutti gli anni '20. Il controllo italiano sul territorio rimase circoscritto sino ai tardi anni '20, quando le truppe al comando del generale Pietro Badoglio e di Graziani intrapresero una serie di campagne volte alla pacificazione dell'area che divennero presto una repressione brutale e sanguinosa. La resistenza libica fu soffocata definitivamente solo dopo l'esecuzione del capo dei ribelli Omar Mukhtar il 15 settembre 1931.

[modifica] Considerazioni sulla guerra

I risultati militari della Guerra italo-turca fecero sottovalutare le forze armate turche all'inizio della Prima guerra mondiale, quando le forze dell'Intesa tentarono prima di forzare i Dardanelli (ma usando corazzate invece di torpediniere) e successivamente si buttarono nell'impresa dello sbarco a Gallipoli. In quella campagna le forze armate turche adottarono una strategia simile a quella già usata in Libia, evitando di contendere le spiagge (soggette al tiro delle artiglierie navali) ed attendendo gli attaccanti nelle zone interne. La presenza dei consiglieri militari tedeschi (ed in particolare Liman von Sanders) e la diversa orografia del terreno fecero sì che il risultato fosse nettamente differente, con le forze attaccanti costrette a reimbarcarsi dopo 8 mesi di sanguinosi combattimenti.

Invece la considerazione militare della guerra mostra chiaramente che gli ufficiali italiani mancarono per tutta la guerra di spirito di iniziativa. Se è vero che «..in qualsiasi situazione, certo è che, senza inseguimento, nessuna vittoria può avere grandi conseguenze e che il suo slancio, per quanto breve possa essere deve sempre condurre al di là del primo passo dell'inseguimento»[18] troppe volte le truppe italiane, dopo aver ottenuto sul campo una vittoria tattica, mancarono completamente per quanto riguarda lo sfruttamento della vittoria stessa, cioè l'inseguimento del nemico. Anche se, in alcuni casi, si può parlare di sopraggiungere della notte o di mancanza di cavalleria, un atteggiamento così generalizzato non può essere attributo solo a circostanze fortuite, ma ad una mancanza intrinseca nell'acculturamento degli ufficiali italiani.

Infine le reazioni italiane a quello che considerarono un "tradimento" degli arabi, schieratisi con i turchi, furono assolutamente sproporzionate. Effettivamente gli italiani pensavano di essere accolti dagli arabi come "liberatori" e questa idea (sbagliata) rimase nelle truppe fino ai combattimenti del 23 ottobre, in cui i libici mostrarono chiaramente che fra uno straniero della stessa religione ed uno straniero di religione diversa preferivano il primo. Queste reazioni portarono alla lunga guerriglia ed alle operazioni di rappresaglia effettuate successivamente nel corso della rioccupazione dopo la prima guerra mondiale.

[modifica] Riferimenti

  • Fabio Gramellini. Storia della Guerra Italo-Turca 1911-1912. Acquacalda Comunicazioni SrL (Forlì) (2005)
  • Paolo Maltese, L'impresa di Libia, in Storia Illustrata N° 167, ottobre 1971
  • Carlo Rinaldi. I dirigibili italiani nella campagna di Libia. Storia Militare N° 18/Marzo 1995 pag 38-49

[modifica] Note

  1. Giovanni Giolitti nelle sue memorie, citato da F. Gramellini, op. cit. pag 15
  2. F. Gramellini op. cit. pag 14
  3. F. Gramellini. op. ct. pag 22
  4. F. Gramellimìni op. cit. pag 48
  5. F. Gramelini. op. ct. pag 53
  6. F. Gramellini. op. cit. pag 71
  7. F. Gramellini. op. ct. pag 68
  8. F. Gramellini op. cit. pag 80-81 e 94-95
  9. Sebbene non sia detto esplicitamente, sia l'organico sia la numerazione indicano chiaramente che questa divisione era stata mobilitata in aggiunta al Corpo d'armata speciale
  10. F. Gramellini. op. cit. pag 98
  11. F. Gramellini. op. cit. pag 99
  12. Prigionieri catturati il primo giorno dello sbarco avevano dato una consistenza della guranigione turca di 20 uomini (F. Gramellini, op. cit. pag. 185), anche ammettendo che i prigionieri avessero voluto diminuire la cifra dei difensori per far cadere le truppe italiane in un'imboscata, è difficile pensare che in realtà a Misurata fossero disponibili più di 100 uomini.
  13. P. Maltese art. cit.
  14. F. Gramellini. op. cit. pag 164
  15. Carlo Rinaldi. art. cit. pag 44
  16. F. Gramellini op. cit. pag 159-160
  17. F. Gramellini op. cit. pag 221
  18. Karl von Clausewitz. Vom Kriege. in italiano Della Guerra traduzione a cura dello Stato Maggiore Esercito (1942). Edizione Oscar Mondadori (1970) pag 303

[modifica] Voci correlate


[modifica] Collegamenti esterni

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