Regno delle Due Sicilie
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Regno delle Due Sicilie è il nome che il re Ferdinando IV di Borbone dette al suo regno, comprendente la Sicilia, la parte meridionale della penisola italica e alcune isole minori, dopo la fine dell'era Napoleonica e la restaurazione del 1816.
Prima della Rivoluzione Francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone regnava negli stessi territori, ma questi risultavano formalmente divisi nel Regno di Napoli e nel Regno di Sicilia.
Generalmente si conviene comunque di inserire nella trattazione storica del Regno delle Due Sicilie tutto il periodo di sovranità borbonica sui regni di Napoli e Sicilia (a partire dunque dal 1734) per una evidente continuità tra le diverse entità statali.
Indice |
[modifica] Suddivisioni amministrative
Le due principali suddivisioni erano fra la parte continentale del Regno (Reali Dominii al di qua del Faro) e la Sicilia (Reali Dominii al di là del Faro), con riferimento al Faro di Messina
[modifica] Reali Dominii al di qua del Faro
Comprendevano le seguenti Province:
- Napoli, Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra
(oggi Regione Campania); (")
- Calabria Citeriore, Prima Calabria Ulteriore, Seconda Calabria Ulteriore
(oggi Regione Calabria);
(oggi Regione Puglia);
- Abruzzo Citeriore, Primo Abruzzo Ulteriore, Secondo Abruzzo Ulteriore
(oggi Regione Abruzzo); (")
- Contado del Molise
(oggi Regione Molise);
- Provincia di Basilicata
(oggi Regione Basilicata).
(") Il cassinate, parte del frusinate, Formia, Itri e Gaeta erano parte della Terra di Lavoro, come Isola del Liri, Sora, Arpino, Aquino e le isole Ponziane. Inoltre il Cicolano e i territori della valle del fiume Velino (inclusa Amatrice e Cittaducale), erano parte del Secondo Abruzzo Ulteriore. I suddetti territori confluirono, nel periodo fascista, nella regione Lazio.
[modifica] Reali Dominii al di là del Faro
Sicilia, con le seguenti Provincie:
È da notare che vallo (e non "valle") è termine di origine araba e indicava le ripartizioni amministrative originarie (quelle dell'ultimo periodo pre-unitario erano i dipartimenti, le province, i distretti, i circondari e i comuni).
[modifica] Origine del nome
Il nome, abbastanza singolare nella storia d'Italia, trae origine dalla vicenda iniziata con l'arrivo in Italia, nel 1265, di Carlo I d'Angiò (investito, da Papa Clemente IV, del titolo di Re d'amendue le Sicilie).
In seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani del 1282, il Regno fu diviso in due parti, l'una (l'isola siciliana, denominata Regno di Trinacria) sotto il controllo degli Aragonesi, l'altra (la parte continentale) sotto il controllo degli Angioini, entrambe rivendicanti il 'titolo' di Regno di Sicilia.
Di qui anche le denominazioni Regno di Sicilia al di qua del faro e Regno di Sicilia al di là del faro.
Nota: sono stati segnalati atlanti storici di autorevoli editori che indicano l'opposto (ovvero la Sicilia = al di qua del faro).
Ci si attiene qui alla versione desunta da Atti ufficiali, Leggi e Decreti del periodo borbonico (immagine a sinistra).
Per maggiori dettagli in merito si veda la voce correlata Faro di Messina.
La Pace di Caltabellotta, nel 1302, ufficializzò, seppur provvisoriamente, questa separazione (secondo gli accordi, alla morte del re aragonese Federico d'Aragona, l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, cosa che in realtà non avvenne).
In seguito le due parti furono unificate, nel 1442, dagli stessi Aragonesi, con Alfonso V D'Aragona, che per la prima volta assunse il titolo di Rex Utriusque Siciliae. Tali si dissero anche i sovrani spagnoli che regnarono - ricorrendo a distinti Viceré - su Regno di Napoli e su Regno di Sicilia sino al 1707 (negli ultimi 27 anni sostituiti dalla Casa d'Asburgo, preceduta, in Sicilia, da una fugace apparizione dei Savoia).
I due Regni furono quindi uniti solo dalla casa regnante, rimanendo in tale stato fino al XIX secolo.
Nel 1816, all'indomani del Congresso di Vienna le due parti del regno furono anche formalmente riunificate con l'antico nome di Regno delle Due Sicilie.
Nonostante ciò l'unione fu soltanto parziale, non corrispondendo, ad esempio, all'unione politica una analoga unione monetaria, per esigenze di politica interna.
[modifica] Studio araldico dello stemma borbonico

[modifica] Storia ed avvenimenti del Regno
[modifica] Il XVIII secolo
[modifica] Carlo di Borbone
Il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, fece il suo ingresso a Napoli e nel luglio 1735 fu incoronato re di Sicilia. La conquista dei due regni da parte dell'Infante fu resa possibile dalle manovre della regina di Spagna, la quale, approfittando della guerra di successione polacca nella quale Francia e Spagna combattevano l'impero austriaco, rivendicò a suo figlio le province dell' Italia meridionale.
Il regno non ebbe una effettiva autonomia dalla Spagna fino alla pace di Vienna, nel 1737, con la quale si concluse la guerra di successione polacca. Nell' agosto 1744 l'esercito di Carlo, forte ancora della presenza di truppe spagnole, sconfisse a Velletri gli austriaci che tentavano di riconquistare il regno.
La situazione politica ed economico-sociale del regno nella prima metà del '700 era disastrosa, ciò a causa del malgoverno avutosi durante il lungo viceregno spagnolo e nei 27 anni di dominio austriaco.
Tra le prime riforme intraprese dal nuovo sovrano va ricordata la lotta ai privilegi ecclesiastici: nel 1741, con un concordato furono drasticamente ridotti il diritto d'asilo ed altre immunità; i beni ecclesiastici furono sottoposti a tassazione. Analoghi successi non si ebbero tuttavia nella lotta alla feudalità: le iniziative che minacciavano maggiormente gli interessi dei ceti privilegiati furono boicottate.
Durante il regno di Carlo si registrò un notevole sviluppo dell'economia, dovuto all'aumento della produzione agricola e degli scambi commerciali connessi. Il rifiorire del commercio fu reso possibile grazie anche alla conclusione di alcuni trattati commerciali ed alla lotta alla pirateria. Nel 1755 fu istituita presso l'Università di Napoli la prima cattedra di economia in Europa, denominata cattedra di commercio e di meccanica. I corsi (in italiano e non in latino), seguitissimi, furono tenuti da Antonio Genovesi, il cui pensiero influì molto sull'illuminismo dell'Italia meridionale.
[modifica] Ferdinando IV e la Repubblica Napoletana
Nel 1759, alla partenza di Carlo divenuto re di Spagna, salì al trono Ferdinando, all'età di soli 8 anni. Principali esponenti del Consiglio di Reggenza furono Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro ed il marchese Bernardo Tanucci. Durante il periodo della reggenza ed in quello successivo, fu principalmente il Tanucci ad avere in mano le redini del Regno ed a continuare le riforme iniziate in età carolina. In campo giuridico, molti progressi furono resi possibili dall'appoggio dato al ministro Tanucci da Gaetano Filangieri, il quale, con la sua opera "Scienza della legislazione" (iniziata nel 1777), può essere considerato tra i precursori del diritto moderno.
Nel 1768 Ferdinando sposò Maria Carolina, figlia dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa e sorella della regina di Francia Maria Antonietta. La nuova regina partecipò attivamente, a differenza del marito, al governo del regno. Gli unici campi, infatti, in cui Ferdinando si impegnò personalmente furono le opere pubbliche, i rapporti con la chiesa e la realizzazione della colonia di San Leucio (Caserta), interessante esperimento di legislazione sociale e di sviluppo manifatturiero.
Nei primi anni di regno, Maria Carolina si mostrò sensibile alle istanze di rinnovamento e moderatamente favorevole alla promozione delle libertà individuali. Tale tendenza subì tuttavia una brusca inversione di rotta all'approssimarsi della Rivoluzione Francese sfociando nella repressione alla notizia della decapitazione dei regnanti francesi. Le misure repressive portarono ad un'insanabile frattura tra la monarchia e la classe intellettuale; le pene colpirono non solo i democratici, ma anche riformisti di sicura fede monarchica che così non esitarono ad abbracciare la causa repubblicana nel 1799.
I Francesi erano già entrati in Italia con Napoleone Bonaparte nel 1796, che era riuscito facilmente ad aver ragione delle armate austriache e dei deboli governi locali. Praticamente ovunque l'avanzata delle truppe francesi portò comunque a forti tensioni tra le fazioni giacobine e quelle antigiacobine e, in alcuni casi, anche a movimenti di rivolta popolare contro le truppe d'occupazione francesi (vedi anche: insorgenze antigiacobine). Nel 1798 i francesi occuparono Roma; un tentativo di contrasto delle truppe del Regno delle Due Sicilie si risolse in un insuccesso e così i Francesi si trovarono la strada aperta verso Napoli. Il 22 dicembre 1798 il re in fuga abbandonò Napoli per Palermo, lasciando la città praticamente indifesa; gli unici ad opporsi alle truppe francesi (dal 13 al 23 gennaio 1799) furono i cosiddetti lazzari. La resistenza fu efficace, come riconobbe lo stesso generale francese Championnet, ma inutile. I difensori furono addirittura bombardati dagli stessi giacobini napoletani che erano riusciti a prendere il forte di Castel Sant'Elmo. La difesa della città costò la vita a circa 8000 napoletani e 1000 francesi.
Il 22 gennaio 1799 (per alcuni il 21), mentre i lazzari ancora combattevano contro gli invasori francesi un pugno di giacobini napoletani, tra i quali: Mario Pagano, Domenico Cirillo, Nicola Fasulo, Carlo Lauberg, Giuseppe Logoteta, rinchiusi in Castel Sant'Elmo, proclamarono la repubblica. La Repubblica Napoletana non ebbe lunga vita, mancò infatti l'adesione popolare (a Napoli, a differenza che in Francia, non esisteva un nutrito ceto borghese al quale le riforme rivoluzionarie potessero giovare) e quella delle province non occupate dall'esercito francese. Si trattava in realtà di un governo a sovranità limitata controllato dai francesi (e che non venne riconosciuto neanche dalla stessa Francia) e da questi utilizzato per dare una veste giuridica alla loro occupazione e spogliare il Regno di buona parte delle sue ricchezze allo scopo di sostenere un'economia di guerra. Il governo repubblicano tentò delle innovazioni (soprattutto sull'eversione della feudalità e sull'ordinamento giudiziario) che però non riuscirono a trovare pratica attuazione nei soli cinque mesi di governo repubblicano. A nulla servirono gli incitamenti ad operare celermente provenienti dal "Monitore Napoletano", il giornale diretto da Eleonora Pimentel Fonseca (che solo qualche anno prima aveva scritto una "ode" dedicata al re di Napoli). A questo si aggiunse una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime che certo non aiutò a conquistare le simpatie popolari (durante i pochi mesi della repubblica vennero condannati a morte e fucilati dopo processi politici 1563 cittadini del Regno).
Il 13 giugno 1799 l'armata Sanfedista e popolare, comandata dal cardinale (laico) Fabrizio Ruffo, riconquistò la città di Napoli (che nel frattempo era stata già abbandonata dai francesi, il 7 maggio, richiamati nel settentrione d'Italia) restituendola alla monarchia borbonica (regnante, durante la Repubblica, sulla sola Sicilia). Nei mesi seguenti, una giunta nominata da Ferdinando cominciò i processi contro i repubblicani: su circa 8000 prigionieri, 105 vennero condannati a morte (di cui 6 graziati), 222 all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 a deportazione e 67 all'esilio, da cui molti tornarono, tutti gli altri furono liberati.
[modifica] Il XIX secolo
[modifica] Il periodo napoleonico
Il successivo quinquennio vede il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimane sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consente al Regno napoletano - strategicamente posizionato nel Mediterraneo - di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra Inglesi e Francesi.
Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone regolerà definitivamente i conti con Napoli dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli.
Ferdinando, rifugiatosi in Sicilia, dovrà ben presto fare i conti con l'insidiosa politica britannica, volta a trasformare l'isola in un protettorato (come nel frattempo già avvenuto con Malta). A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso, al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), succederà Gioacchino Murat, regnante sino al maggio 1815 (vedasi l'articolo Regno di Napoli nel periodo napoleonico).
La lotta alla feudalità, ripresa in questo periodo con gran vigore, portò ad un taglio netto col passato ed alla nascita della proprietà borghese. Tuttavia le riforme non riuscirono a raggiungere il loro obiettivo principale: far nascere una piccola e media proprietà contadina. La fine della feudalità portò a notevoli progressi anche in campo giurisdizionale ed amministrativo.
[modifica] Ferdinando I delle Due Sicilie
Il secondo ritorno di Ferdinando a Napoli non fu caratterizzato da repressioni. Il sovrano mantenne gran parte delle riforme attuate dai francesi (fu però, ad esempio, abolito il divorzio), ponendosi di fatto così a capo di una più moderna monarchia amministrativa. Unico taglio di rilievo con il periodo napoleonico si ebbe nei rapporti con la chiesa, che tornò ad occupare un ruolo di primo piano nella vita civile del Regno.
Dopo il Congresso di Vienna, l'8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì anche formalmente i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie (già adottata da Murat), abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie.
Tale atto ebbe, tra l'altro, la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel precedente decennio napoleonico sotto la spinta dell'occupazione inglese dell'isola. In contropartita, però, la più moderna legislazione, introdotta a Napoli durante il Decennio Francese, fu estesa all'isola che era uno dei pochi territori europei che non era mai stata occupata dalle armate francesi.
Il primo luglio 1820, alla notizia che in Spagna era stata ripristinata la Costituzione concessa nel 1812 da Giuseppe Bonaparte, insorse a Nola un gruppo di militari capeggiato dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati. La rivolta fu appoggiata anche da alti ufficiali tra i quali si distinse il generale Guglielmo Pepe.
Ferdinando, constatata l'impossibilità di soffocare la rivolta, concesse la Costituzione spagnola e nominò suo vicario il figlio Francesco. Il primo ottobre iniziò i lavori il parlamento, eletto alla fine di agosto, nel quale prevalevano gli ideali borghesi diffusi nel decennio francese. Tra gli atti del parlamento vi furono la riorganizzazione delle amministrazioni provinciali e comunali ed un provvedimento sulla libertà di stampa e di culto.
Le novità introdotte nelle Due Sicilie non furono gradite dai governi delle grandi potenze europee che convocarono Ferdinando a Lubiana. Alla partenza del re si oppose, tra gli altri, il principe ereditario Francesco.
In seguito al Congresso di Lubiana il Regno fu invaso dalle truppe austriache che nel marzo 1821 sconfissero l'esercito costituzionale napoletano comandato dal generale Pepe. A fiaccare lo spirito combattivo dell'esercito duosiciliano valse anche un proclama del re Ferdinando che, al seguito degli Austriaci, invitava a deporre le armi e a non combattere coloro che venivano a ristabilire l'ordine nel Regno.
Il 23 marzo 1821 Napoli venne occupata, la costituzione venne sospesa e cominciarono le repressioni: si contarono alla fine 30 condanne a morte (tra cui Pepe, Morelli, Silvati e Carascosa) e 13 ergastoli.
[modifica] Francesco I delle Due Sicilie
Ai primi di gennaio del 1825 morì Ferdinando I e salì al trono Francesco I. I suoi sei anni di Regno furono caratterizzati da progressi in campo economico e tecnologico, mentre una relativa stasi si ebbe sul piano politico.
[modifica] Ferdinando II delle Due Sicilie
Alla morte di Francesco I, il 7 novembre 1830, il Regno passò al figlio Ferdinando II. Il primo periodo di regno del nuovo sovrano (fino al 1847) fu caratterizzato da notevoli riforme volte a migliorare l'economia e l'amministrazione dello Stato. In particolare, in campo finanziario fu attuata una notevole diminuzione della fiscalità (che giovò soprattutto ai ceti meno abbienti), resa possibile, tra l'altro, dalla diminuzione delle spese di corte. Ferdinando provvide a richiamare in patria ed a reinserire negli incarichi numerosi esuli (tra i quali il generale Guglielmo Pepe ed il Carascosa) ed a diminuire le pene per i condannati politici.
In politica estera Ferdinando cercò di mantenere il Regno fuori dalle sfere di influenza delle potenze dell'epoca. Tale indirizzo era concretamente perseguito pur favorendo l'iniziativa straniera nel Regno, ma sempre in un'ottica di acquisizione di conoscenze tecnologiche che consentissero, in tempi relativamente brevi, l'affrancamento da Francia ed Inghilterra; il che, rese il sovrano (ed il Regno) inviso agli altri Stati europei.
Il regno fu nuovamente oggetto di importanti moti rivoluzionari nel 1848, moti che, peraltro, in quell'anno interessarono numerosi Stati europei, dall'Austria alla Francia alla Prussia, con risvolti anche di carattere sociale. È infatti questo anche l'anno della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx.
Il re ritenne opportuno concedere la Costituzione, con regio decreto del 29 gennaio, ispirandosi al modello francese, giudicato il migliore, (analogo criterio seguirà due mesi dopo il Regno di Sardegna). Paradossalmente, i moti quarantotteschi in Francia travolgevano, a fine febbraio, proprio quel miglior modello di Costituzione e il re Luigi Filippo di Borbone - Orleans.
L'11 febbraio venne promulgata la Costituzione, giurata il 24 febbraio, nel medesimo giorno della fuga di Luigi Filippo da Parigi. Le elezioni si tennero regolarmente nel mese di aprile, ma il superamento di questa importante fase non pose termine a una disputa - che portò agli esiti infausti del 15 maggio - fra il Sovrano, che considerava la Costituzione appena concessa come base del nuovo ordinamento rappresentativo e la parte più radicale dei neoeletti che, al contrario, intendeva "svolgerla" - come si diceva con terminologia apparentemente neutra - ovvero, il primo atto del Parlamento avrebbe dovuto essere la modifica della Costituzione appena promulgata.
I convulsi avvenimenti del 15 maggio, il giorno successivo all'apertura della Camera, (sbarramenti delle vie cittadine, in specie quelle prossime alla Reggia, con barricate da cui partirono fucilate in direzione dei reparti schierati) determinarono la reazione regia e lo scioglimento della Camera.
Un mese dopo, il 15 giugno, si tennero nuove elezioni ma gli eletti furono in gran parte quelli della passata elezione. Dopo la prima seduta, la riapertura della Camera fu rinviata diverse volte di mese in mese fino al 12 marzo 1849, quando fu riaggiornata "a tempo indeterminato".
Non vi fu quindi una formale revoca della Costituzione ma una sua formale "sospensione" a tempo indeterminato.
Anche in questo caso vi fu un seguito di processi e condanne, tra cui quelle di Luigi Settembrini (già autore dalla Protesta del popolo delle Due Sicilie, nella quale a giuste critiche, affiancava anche false accuse), Filippo Agresti e Silvio Spaventa.
[modifica] Francesco II e la fine del Regno
Il Regno delle Due Sicilie sopravvisse fino al 1860, quando fu conquistato da Giuseppe Garibaldi con la "Spedizione dei Mille" per conto dei Savoia, nell'ultima fase del Risorgimento.
L'impresa di Garibaldi stupì i contemporanei soprattutto per la rapidità delle prime conquiste dei Mille e per l'enorme disparità (almeno iniziale) delle forze in campo. Le armate borboniche riuscirono a organizzare un'efficace resistenza solo nella parte conclusiva della campagna, con la battaglia del Volturno, nella quale il generale Giosuè Ritucci diresse valorosamente le truppe, e l'eroica ultima resistenza dell'assedio di Gaeta, in cui l'esercito borbonico si trovò a fronteggiare anche le armate del regno di Sardegna, giunte nel frattempo (invadendo lo Stato Pontificio, ma senza dichiarazione di guerra), ad affiancare le armate garibaldine, superandole in numero e in armamenti. Circondata, Gaeta fu sottoposta ad un blocco navale e pesantemente bombardata dal mare e da terra, sino all'inevitabile resa.
Il Regno delle Due Sicilie venne annesso al Regno di Sardegna dopo l'esito di un plebiscito (il 21 ottobre 1860) in cui non fu generalmente garantita la segretezza del voto ed al quale partecipò solo una minima parte degli elettori. Nella capitale ad esempio si ebbero seggi presieduti da bersaglieri, carabinieri e garibaldini o, come nel seggio della Vicaria e Pendino, anche da esponenti della camorra, che tollerati dal neoprefetto Liborio Romano, "invitavano" gli elettori a votare per l'annessione.In Sicilia ,dove Garibaldi si era autoproclamato dittatoreaffidando le città conquistate ai maffiosi questi indussero i pochi elettori a votare (89 % di sì)per l'annessione al Regno di Sardegna (da allora si chiamò Regno d'Italia)
La reale finalità del plebiscito era quella di dare, agli occhi del mondo e della storia, una parvenza di democraticità a quella che in realtà era stata una conquista militare di uno stato pacifico, sovrano e indipendente e fra i più ricchi d'Europa. Inoltre si voleva escludere qualsiasi ipotesi di mantenimento di uno Stato meridionale autonomo, tanto in una paventata forma repubblicana (ipotesi caldeggiata anche da Garibaldi), che monarchico-murattiana (ipotesi che aveva indotto la Francia ad un atteggiamento attendista). Sarebbe stato, infatti, estremamente difficile per il Regno di Sardegna, che si accreditava come paladino della libertà italiana, annettersi uno Stato plurisecolare che, attraverso proprie assemblee regolarmente elette, proclamata la decadenza della monarchia borbonica, si fosse dato autonomamente ordinamenti più consoni ai tempi.
In tale ottica, se da un lato si ridimensiona la figura di Garibaldi, quanto meno sotto il profilo dell'intelligenza politica, di ben altro spessore appare la figura di Giuseppe Mazzini(legato alla massoneria inglese) e l'ideale repubblicano tanto tenacemente perseguito quanto eluso dai fondatori del nuovo stato italiano.
Ben presto nacque una guerriglia di resistenza (che allora venne denominata con il termine dispregiativo di brigantaggio), combattuta sia da parte di soldati del disciolto esercito duosiciliano rimasti fedeli alla propria Patria, sia da strati popolari che mal tolleravano i conquistatori piemontesi.Dai piemontesi furono chiuse antiche cave d'argento per favoire gli alleati francesi.Furono chiuse le ricche fabbriche manufatturiere e l'industria fiorente del baco da seta per favorire quelle del lombardo-veneto.Furono chiusi i bacini navali in cui si fabbricavano prestigiosi battelli (il primo a vapore fu realizzato dai Borboni)per favorire i cantieri liguri.Non si dette seguito alla costruzione delle ferrovie che avevano (con la Napoli-Portici)iniziato i Borboni.In Sicilia,che era da secoli il granaio d'Europa e che dai suoi porti di Messina e Catania faceva partire prodotti agricoli ed agrumi per tutta l'Europa,si boicottarono i trasporti non facendo più giungere le mercanzie ai porti che in breve tempo persero la loro secolare importanza mercantile.Fu introdotta la carta moneta al posto degli scudi in oro.Furono inviati poliziotti piemontesi che non capivano il dialetto e gli usi e costumi secolari dei siciliani che li vistero come "truppa d'occupazione".Fu introdotta la tassa sul macinato,cioè sul pane,che era l'elemento essenziale per la sopravvivenza dei poveri.Fu introdotta,persino,la tassa sul sale e dui tabacchi che la Sicilia esportava in tutto il mondo,introducendo il monopolio di stato.Così ebbero luogo sommosse popolari dei ceti affamati che furono anche ferocemente spente dalla polizia piemontese aiutata dai maffiosi che,dai nuovi conquistatori,furono persino nominati nelle nuove cariche pubbliche diventando anche parlamentari del nuovo Regno d'Italia.
Il brigantaggio insanguinò le province meridionali per tutto il primo decennio di vita dello stato unitario e i caduti furono molte migliaia in entrambi gli schieramenti. Si pensi che, almeno sino al 1865, i due terzi dei reparti del neoformato Esercito Italiano (circa 120,000 uomini) furono impiegati nella repressione della rivolta meridionale. Basti pensare che fino al 1870 fu dichiarato lo stato d'assedio per ben 8 volte per reprimere quelli che vennero tuttavia definiti "quattro straccioni di briganti" che ancora non volevano arrendersi al nuovo re.
Poco dopo l'annessione fu introdotta la leva obbligatoria fino ai 40 anni (sino ad allora il servizio militare nel regno era a ferma volontaria) e questo fece sì che molti giovani si dessero alla diserzione o andassero ad ingrossare le fila dei "briganti". Un forte inasprimento degli scontri arrivò nell'agosto del 1863 con la famigerata Legge Pica, che per far fronte alle rivolte nel meridione riporto la legge marziale, i processi militari e le deportazioni di molti "briganti" verso il nord del Paese e in particolar modo nella fortezza di Fenestrelle in Piemonte, da cui molti non fecero più ritorno.
Gli eccessi che si verificarono in particolare da parte dell'esercito regolare nei confronti della popolazione civile, diversamente da quanto accaduto per la coeva Guerra di secessione americana, non sono stati oggetto di una vera elaborazione critica per almeno 80 anni, in pratica sino alla fine della II guerra mondiale.
Molti furono i paesi e le città che diedero un contributo in vite umane. Da ricordare sicuramente il massacro di Bronte da parte di garibaldini comandati da Nino Bixio, di Isernia dove furono mostrate le teste mozzate e racchiuse in una gabbia di 4 briganti, San Lupo, Casalduni e Pontelandolfo che furono quasi rasi al suolo dai bersaglieri.
Questa rimozione della memoria storica ha condizionato pesantemente, insieme alle dinamiche economiche e politiche del nuovo stato italiano, il formarsi di un comune sentire nazionale ed è stato per lungo tempo fonte di incomprensioni e rancori tra le diverse anime del Paese.
[modifica] Primati del Regno
![]() |
Per approfondire, vedi la voce Primati del Regno delle Due Sicilie. |
Tra le realizzazioni del regno, principalmente in ambito scientifico e tecnologico, vanno certamente ricordate, tra le altre, la prima nave a vapore nel Mediterraneo (1818) e, nel 1839, la prima linea ferroviaria italiana, tra Napoli e Portici.
Tali opere sono regolarmente citate in quanto la novità delle stesse colpì i contemporanei. Ma, pur se meno appariscenti, non vanno tralasciati altri primati che, per loro natura, denotano il carattere non episodico dei buoni livelli raggiunti dalle industrie e manifatture meridionali. Si possono ricordare, fra gli altri, il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell'Europa continentale (1832), la prima illuminazione a gas in Italia (1839), il primo osservatorio vulcanico del mondo, sul Vesuvio (1841).
Non meno rilevante fu la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa (1840), espressione della politica di Ferdinando II che perseguiva l'affrancamento del Regno da forme di dipendenza, anche tecnologica, dall'estero. Alla fabbrica vera e propria si affiancava infatti una scuola per macchinisti ferroviari e navali, grazie alla quale il Regno poté sostituire, nel giro di pochi anni le maestranze inglesi utilizzate in precedenza.
A puro titolo di paragone, il piroscafo sardo Cagliari impiegato da Carlo Pisacane nella sfortunata avventura di Sapri del 1857 imbarcava personale inglese per le macchine (il che fornì a Cavour un appiglio per ottenere, grazie alle imposizioni britanniche, la restituzione del battello).
È d'altro canto da considerare che, perduta l'indipendenza, entrarono in crisi proprio quei settori industriali che avevano visto il Regno primeggiare in Italia.
Infatti, finché il nuovo Stato non avviò una politica di industrializzazione (1878), i principi liberisti allora in voga segnarono la fine delle piccole e non più "protette" imprese meridionali rispetto alla concorrenza britannica e francese, in una competizione che si svolgeva sostanzialmente sul mercato interno.
Alla crisi contribuì inoltre l'incameramento delle casse del Banco delle Due Sicilie (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti ad oltre il 60% del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) da parte di quelle esauste del Piemonte, indebolite drammaticamente anche dalla guerra di unificazione. Lo stesso istituto di credito fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia.
[modifica] Cronologia dei regnanti
- Carlo 1735-1759, (senza numerazione specifica, ascese poi al trono di Spagna con il nome di Carlo III 1759-1788)
- Ferdinando IV di Napoli (III di Sicilia) 1759-1806 (continuò a regnare in Sicilia fino al 1815, quando fu restaurato anche a Napoli; nel 1816 assunse il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie 1816-1825
- Francesco I delle Due Sicilie 1825-1830
- Ferdinando II delle Due Sicilie 1830-1859
- Francesco II delle Due Sicilie 1859-1860
[modifica] Voci correlate
- Regno di Napoli
- Regno di Sicilia
- Elenco dei monarchi di Napoli e Sicilia, cronistoria dei sovrani e delle diverse denominazioni dei regni
- Repubblica Napoletana (1799)
- Vicereame di Napoli
- Inno al Re
- Vicereame di Sicilia
- Stati italiani preunitari
- Faro di Messina
- Civitella del Tronto
- Regia Marina del Regno delle Due Sicilie
[modifica] Collegamenti esterni
Sicilia · Siciliani · Letteratura · Lingua · Storia · Geografia · Province · Vittime della mafia
Artisti: Antonello da Messina · Renato Guttuso Letterati: Scuola siciliana · Giovanni Meli · Luigi Pirandello · Giovanni Verga · Salvatore Quasimodo · Leonardo Sciascia Musicisti: Vincenzo Bellini Re: Federico II · Ruggero II Scienziati: Archimede · Empedocle · Ettore Majorana |
||
Progetto Sicilia | ![]() Franco e Ciccio · Enna · Siracusa · Mascara · Russo · Acireale · Enna (prov) · Palermo (prov) · Festa di S.Agata |
Bar 'a chiazza |