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Questione meridionale - Wikipedia

Questione meridionale

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«Sappiamo bene che c'era già una "Questione meridionale": ma sarebbe rimasta come una vaga "leggenda nera" dello Stato italiano, senza l'apporto degli scrittori meridionali»

La definizione “Questione meridionale” venne usata per la prima volta nel 1873 da un deputato italiano al parlamento di Roma, intendendo con questo il divario economico che separava, allora come oggi, il nord Italia dal sud. Il problema venne notato dall’opinione pubblica italiana ed europea a partire dall’unificazione politica della penisola nel 1861.

Da allora è in corso un dibattito circa i mezzi più adatti per risolvere tale problema e rendere quanto più possibile omogenee le condizioni di vita di tutte le regioni italiane, ed ha fatto oggetto di studi specifici da parte di studiosi e uomini politici come Giuseppe Massari, Stefano Castagnola, Pasquale Villari, Stefano Jacini, il suo omonimo Stefano Jacini, Leopoldo Franchetti, Giorgio Sidney Sonnino, Enea Cavalieri, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Antonio Gramsci, Guido Dorso, Rosario Romeo e Paolo Sylos Labini.

Indice

[modifica] Storia

[modifica] Ricchezza originale

Fin dai primi popolamenti umani in Europa, avvenuti a partire da 1.800.000 anni fa, la parte meridionale della penisola italiana ebbe un’economia più florida della pianura Padana, fino circa al basso medioevo, epoca in cui avvenne il sorpasso economico del nord rispetto al sud.

Prima dell’anno 1000, infatti, il sud profittò della sua vicinanza alla Mesopotamia e all’Egitto, regioni evolute dalle quali provenivano strutture politiche, sistemi sociali e tecnologie più avanzate che non dall’Europa continentale, che per millenni si limitò a recepire passivamente scoperte e novità importate dal bacino del Mediterraneo. All’epoca le colonie fenicie, greche e cartaginesi vantavano una superiorità economica rispetto ai più settentrionali etruschi e celti, e tale situazione si mantenne anche dopo l’unione politica della penisola italiana per opera dei romani. Durante il dominio romano, repubblicano come imperiale, il sud prosperò grazie ad un’agricoltura razionale di prodotti pregiati, a pascoli intensivi, e ad un commercio proficuo favorito dalla sua posizione geografica, al centro dell’impero. Il nord, al contrario, fu vulnerabile alle invasioni barbare durante la nascita e il declino di Roma, era quasi privo di rotte commerciali, e la sua produzione agricola era povera e destinata all’autoconsumo.

La caduta dell’impero gettò tutta l’Italia nel disordine e nel declino, ma mentre al sud si affermarono i domini bizantini, arabi e normanni, che gestirono con giudizio e interesse l’economia dei propri possedimenti, al nord predominarono longobardi e carolingi, dediti a guerre di conquista, a saccheggi, ed incuranti di ogni attività produttiva.

[modifica] Le origini del ritardo

La svolta arrivò solo verso l’anno 1000, quando il nord si organizzò attorno a piccoli comuni indipendenti controllati da famiglie commerciali dedite alle arti e i mestieri artigianali, e attorno alle tre più floride repubbliche marinare: Genova, Pisa e Venezia. Il sud invece divenne prima un possedimento spagnolo, e poi un regno indipendente in mano ad un ramo dei Borboni, che strutturarono l’economia, una volta tramontato l’impero coloniale americano, esclusivamente sulla proprietà fondiaria organizzata in latifondi.

[modifica] La situazione prima dell'Unità

A metà ottocento il nord Italia, sperimentava un primo sviluppo industriale, disponeva di infrastrutture, si era dotato di tecniche agricole moderne, e incominciava ad inserirsi in un’economia di mercato di carattere europeo. Il sud Italia, invece, si trovava ancora in una condizione feudale: il latifondo aristocratico o clericale praticava un’agricoltura estensiva e lasciava vasti campi incolti, le attività industriali erano limitate e improduttive, tenute in vita solo dai dazi doganali e i pochi capitali esistenti non venivano reinvestiti.

Eppure il meridione non era affatto subordinato al settentrione. Nonostante la disparità di mezzi, molti problemi, come l’esplosione demografica o la corruzione pubblica, affliggevano in egual misura tutta la penisola, ed altri, come il debito pubblico, l’insolvenza statale e le rotte militari, erano prerogativa del Regno di Sardegna. Il Regno delle Due Sicilie aveva un solido e stabile governo, un’economia proporzionale alle sue dimensioni, era privo di pretese espansionistiche ed era alieno ai tumulti, le guerre, e alle sudditanze politiche che destabilizzavano tutti gli altri stati italiani, Regno di Sardegna in testa. Soprattutto, godeva di una situazione finanziaria molto più sana e stabile di quella del Regno di Sardegna. Lo stato applicava una pressione fiscale di gran lunga inferiore che al nord, non conosceva debiti né insolvenze, e la moneta era esclusivamente in oro e argento, al contrario delle banconote sarde, che, oltre ad agevolare la falsificazione, avevano un valore solo nominale.

Il Regno delle Due Sicilie non aveva certo un’economia di mercato, eppure le misure protezionistiche, comuni a tutti gli stati europei, avevano consentito un modesto sviluppo industriale, che col tempo, e soprattutto senza ingerenze straniere, avrebbe portato all’emergere di una borghesia nazionale, permettendo così un sviluppo graduale dell’economia del sud. La sua conquista e sfruttamento da parte del nord compromisero tale progresso e crearono danni che ancora oggi perdurano.

Il Regno di Sardegna, sotto la guida di Camillo Cavour, adottò una politica liberale ed aggressiva che provocò profondi squilibri e problemi prima ancora di portare all’unità italiana. Per finanziare le sue numerose campagne militari Cavour cercò di incoraggiare l’industria e il commercio limitando i diritti di dogana, ma la borghesia locale non era ancora in grado di reggere il confronto con le economie degli stati nazionali, e così il Regno di Sardegna e poi l’Italia riunificata furono penetrati dai capitali inglesi e francesi, con conseguenze ancora visibili. Cercò di aumentare le terre coltivate dissodando zone boschive collinari, ma questo provocò gravi fenomeni di erosione del terreno, con conseguenti frane, alluvioni, e diminuzione del livello dei fiumi, e privò in questo modo gli strati più poveri della popolazione di ogni tipo di sostentamento, impedendo di raccogliere legna, frutti, o di cacciare. Costoro finirono con l’ingrossare le file del sottoproletariato urbano e col vivere di carità, aumentando così le spese improduttive del paese.

Ma l’handicap principale del governo sardo era la politica di indebitamento pubblico che Cavour perseguì per finanziare il riarmo, impresa piuttosto costosa visto che in vent’anni il Regno di Sardegna e il Regno d'Italia vissero sei conflitti: la prima guerra d'indipendenza nel 1848, il secondo tentativo nel 1849, la guerra di Crimea del 1854-55, la seconda guerra d'indipendenza nel 1859, l’invasione del sud nel 1860 e la terza guerra d'indipendenza nel 1866. Senza contare il conflitto più duraturo (principalmente fra il 1861 e il 1865), il brigantaggio, che vide contrapposto vaste aree del mozzogiorno alle truppe regolari del Regno d'Italia.

Nel 1859, prima delle sue annessioni territoriali, il Regno di Sardegna era lo stato più indebitato d’Europa. I suoi titoli di stato erano cronicamente insolventi, e nel giro di pochi anni, nonostante il bottino ottenuto grazie alla conquista del sud, la lira italiana venne considerata inconvertibile in oro da tutte le piazze finanziarie, la Banca Romana fallì, il governo venne coinvolto in imbarazzanti scandali di corruzione, e si assistette ad un’inflazione incontrollabile. Il Regno di Sardegna era totalmente privo di liquidità e, anzi, sommerso dai debiti. A fronte di riserve auree pari a circa cinquecento milioni dell’epoca, stampava carta moneta per cifre diverse volte superiore, e il suo valore si corrodeva a ritmi ancora oggi insuperati. In seguito alle guerre intraprese da Cavour, i titoli di stato sardi anziché rapportare interessi persero il 33 % del loro valore originario. Al contrario il Regno delle Due Sicilie coniava monete esclusivamente d’oro e d’argento, estranee quindi all’inflazione e convertibili per loro stessa natura, e tale quantità di denaro era cinque-sei volte superiore alle riserve auree delle banche settentrionali, istituti peraltro privati e non di proprietà statale.

Questa disparità di riserve condusse ad una spoliazione delle ricchezze, manodopera, risorse, e proprietà del Mezzogiorno in seguito alla sua occupazione, avvenuta per mano di Giuseppe Garibaldi e dei sui Mille volontari nel 1860.

[modifica] Il brigantaggio

Al compimento della impresa dei mille seguì il sorgere di un diffuso sommovimento un po' per tutte le provincie continentali del cessato Regno delle Due Sicilie. Esso venne definito brigantaggio, un termine dispregiativo che faceva riferimento alle bande criminali, la cui presenza fu endemica nel centro-sud italiano almeno sino agli anni '70 del XIX secolo.
In questo caso, tuttavia, si trattò di un fenomeno assai più vasto e complesso, che, accanto a fenomeni meramente criminali, principalmente rivolti ai possidenti ed ai notabili meridionali, assunse sicuramente anche le caratteristiche di una resistenza politica all’annessione al Regno d'Italia.
I primi episodi in cui truppe irregolari si opposero all'esercito italiano si ebbero a partire dagli ultimi episodi della spedizione dei mille, assunsero proporzioni assolutamente rilevanti fra il 1861 ed il 1865 e si trascinarono sino allo sterminio delle ultime bande, nel 1870. La fase principale coincise con la rivolta generale della Lucania, nel 1861, presto estesa a notevoli parti dell'entroterra. Accadde allora che il luogotenente di Napoli, Gustavo Ponza di San Martino, venisse sostituito dal generale Cialdini, che dispose di pieni poteri civili e militari per reprimere i ribelli, scatenando così quello che sarebbe diventato uno dei più sanguinosi conflitti d’Europa fra la Restaurazione e la Grande Guerra.
Le cifre ufficiali dell’epoca citano alcune migliaia di morti fra i ranghi dei ribelli, ma, oltre ad essere incomplete, tali fonti indicano solo i morti a causa della repressione, escludendo scontri fra insorti e carestie.

Tali eventi non mancarono di suscitare reazioni all'interno dello stesso parlamento italiano, quali il famoso intervento del deputato Francesco Noto, che nel 1861 dichiarò al parlamento: "Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortés ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

[modifica] Repressione militare

Quando i Mille sbarcarono in Sicilia nel 1860 la classe contadina si ribellò massicciamente contro la Chiesa, l’aristocrazia, e in alcuni casi anche all’esercito borbone, sperando di ottenere la proprietà delle terre che coltivavano, come promesso da Garibaldi stesso. I volontari del nord tradirono le aspettative che avevano seminato tra la popolazione, e repressero nel sangue ogni rivolta, mostrando nel ristabilire l’ordine un favoritismo per borghesia locale a spese delle prerogative della nobiltà, che prese in gran parte la via dell’esilio. I Mille, sostituiti ben presto dall’esercito regolare italiano, trattarono il sud come bottino di guerra, espropriando le proprietà statali, bruciando villaggi, violentando donne (incluse molte suore) senza curarsi delle conseguenze del loro comportamento. Famosa fu la strage perpetuata da Nino Bixio a Bronte.

Il nuovo potere si preoccupò di reprimere i dissidenti, praticò politiche di rappresaglia sulle popolazioni civili, utilizzò largamente la tortura, le taglie, ed impose un servizio militare obbligatorio di cinque anni e senza paga a tutti i giovani maschi, cosa che invalidò la già povera agricoltura di sussistenza. Vennero inoltre emanate leggi speciali che davano libertà d’azione ai comandanti militari, furono messe sotto embargo alimentare intere regioni, e si vietò la diffusione di quotidiani e periodici, peraltro già censurati, del nord. L’occupante si distinse anche per atti di terrorismo. Sono attestati almeno tre i casi in cui la stessa magistratura nordista attribuì la responsabilità di diversi fatti di sangue, perpetrati indiscriminatamente sulla popolazione, a personalità piemontesi che cercavano di aumentare la tensione fra le parti in conflitto e giustificare così la repressione. Le rovine della guerra e del saccheggio spinsero gran parte della popolazione rurale alla lotta armata, e la resistenza di irregolari meridionali, nata come naturale reazione all’invasione e come risposta all’incapacità delle armate borboniche, ricevette presto rinforzi massicci da chiunque patisse la fame, fosse perseguito dall’esercito regolare, o cercasse di sottrarsi al servizio di leva.

Nel 1860-61 i soldati piemontesi presenti nel sud erano 22.000, ma l’inasprirsi della guerra richiese l’invio di rinforzi, e le truppe raggiunsero quota 55.000 a fine 1861, diventarono 105.000 nel 1862, ed arrivarono a 120.000 (circa metà dell’intero esercito) negli anni successivi.

[modifica] Repressione economica

Il nuovo governo eliminò le antiche barriere doganali, cosa che provocò l’immediato fallimento di ogni industria del sud. La manifattura del nord conquistò automaticamente i mercati meridionali, arrivando in certi casi fino a riutilizzare i macchinari delle fabbriche dissolte. Il Mezzogiorno si ritrovò a riequilibrare la bilancia commerciale esportando derrate alimentari, a prezzi molto ridotti. L’esportazione di prodotti agricoli indispensabili alla popolazione, vietata sotto i Borboni, portò la fame fra il popolo, e servì solo a finanziare l’acquisto di beni di consumo della borghesia locale. Le terre appartenute alla nobiltà, al clero e allo stato borbone furono espropriate senza indennizzo, messe all’asta, e acquistate da capitali settentrionali. Il denaro liquido (monete d’oro), risultato di secoli di risparmio, fu ritirato dalla circolazione e sostituito da banconote, ma l’inflazione che seguì ne erose gravemente il valore. Contravvenendo alle sue stesse leggi, il governo centrale vietò che fosse la banca che aveva emesso le monete borboniche, il Banco delle Due Sicilie, ad incamerare l’oro ritirato dalla circolazione, equivalente a due miliardi e mezzo di lire di allora, e confiscò direttamente il ricavato. Si stima peraltro che la corruzione fu responsabile della perdita del 60 % di tale somma, ed il resto venne usato per onorare parte dei crediti che banche e risparmiatori europei reclamavano al governo sardo .

Ancora oggi le banche italiane agiscono seguendo lo stesso schema, raccogliendo capitali dai piccoli risparmiatori nel meridione per investirli nelle aziende del settentrione.

Tutti i provvedimenti che il governo prese fino al novecento favorirono il nord a spese del sud, come la tassa sul macinato, che gravava sull’unico prodotto meridionale, indispensabile oltretutto alla sopravvivenza della popolazione; come l’innalzamento delle imposte indirette, che colpì le fasce più povere della popolazione; o come gli accordi doganali con gli altri stati, che favorirono l’esportazione degli articoli manifatturieri del settentrione ma invasero il sud di prodotti stranieri.

[modifica] Motivi della rivolta

La guerra civile assunse proporzioni talmente drammatiche, che da resistenza contro un occupante il conflitto degenerò in una guerra multipolare senza regole né obbiettivi. I ribelli adottarono i metodi dei piemontesi, e ben presto incominciarono a moltiplicarsi le ragioni che li animavano. Accanto ai legittimisti borboni, o anche in mezzo ad essi, comparvero rivoluzionari, anarchici, garibaldini delusi, repubblicani, criminali comuni, minoranze etniche, persone che si erano fatte dei nemici, ma soprattutto semplici renitenti alla leva, o contadini colpiti dalla carestia, senza nessuna ideologia precisa.

Bande di delinquenti assalivano i villaggi senza nessuno scopo politico ma per pura rapina, reparti dell’esercito regolare entravano in competizione arrivando perfino a farsi guerra l’un l’altro, partigiani monarchici e repubblicani si scontravano o si denunciavano a vicenda. Le comunità rurali subivano attacchi ed estorsioni dalle varie fazioni e a volte si facevano giustizia da sole. Rivalità, vendette private, malintesi e tradimenti si moltiplicarono rapidamente, in breve lo scontro si trasformò in una guerra incerta e confusa, e quando le ultime bande furono eliminate nel 1870 le rivendicazioni borboniche erano state totalmente dimenticate.

[modifica] Genesi della mafia

Il brigantaggio, così come espresso durante la guerra civile, fu sconfitto militarmente e dimenticato politicamente in pochi anni. Ma la massa contadina aveva dato vita ad una nuova forma di resistenza al dominio sabaudo, strutturata attorno ad alleanze di clan familiari impegnati alla reciproca assistenza, chiamati collettivamente mafia. Sebbene il termine fosse anteriore all’Unità, e benché già da prima agissero gruppi violenti dediti allo sfruttamento dei coltivatori giornalieri, fu solo durante e dopo il brigantaggio che la mafia nella sua forma attuale prese vita. I clan mafiosi di oggi sono i diretti discendenti di certe bande di briganti che, con diverse provenienze geografiche e intenti politici, finirono ben presto con integrarsi in organizzazioni ed alleanze più grandi e con abbandonare la resistenza armata in favore di attività più lucrative: il crimine privato e pubblico.

Questa specie di standardizzazione delle attività portò alla creazione, nella seconda metà dell’ottocento, di federazioni di famiglie organizzate su base regionale, che sarebbero poi diventate: la Cosa Nostra in Sicilia, la Camorra in Campania, la Sacra Corona Unita in Puglia, e la 'Ndrangheta in Calabria, dalla quale nacque, molto più tardi, il gruppo dei Basilischi centrati sulla Basilicata. Furono i clan formati da italiani espatriati negli Stati Uniti, attraverso i film che ispirarono ai produttori di Hollywood, che diffusero nel mondo intero il termine “mafia” come sinonimo di “crimine organizzato”.

Con gli anni, oltre a crearsi un equilibrio sulla competenza territoriale di gruppi e famiglie, si instaurò anche un modus vivendi, che ricalcava e ricalca il despotismo feudale. Il “guardapiazza”, letteralmente “colui che difende il territorio”, cioè il capo patriarcale di un clan, impone con le armi il suo dominio su di un gruppo, ed il dominio di tale gruppo su una zona, e poi fornisce agli abitanti del territorio, in cambio di fedeltà e sottomissione, protezione da altri gruppi rivali. All’interno del suo feudo amministra giustizia, riscuote tributi, elimina ogni minaccia interna o esterna, assicura per lui e il suo cerchio di fedeli le migliori risorse.

In quanto centro di potere, un clan mafioso entra automaticamente in conflitto e competizione con qualunque stato che lo ospiti, sfidando apertamente il monopolio statale dell’uso legittimo della forza.

I diversi gruppi mafiosi rinunciarono ad attaccare le truppe regolari, e questo consentì la loro sopravvivenza nei primi decenni dopo la conquista del sud. Poi continuarono ad impiantarsi profondamente nel tessuto sociale, profittando della latitanza dello stato civile, che lasciò la zona priva d’istruzione, collegamenti e cibo. In seguito, dal novecento in avanti, incominciarono ad arrivare crescenti flussi di capitali che, attraverso la spesa pubblica, si riversarono nel meridione, e le organizzazioni criminali furono le prime a beneficiare di tali risorse. Le attività mafiose ebbero come principale conseguenza il sabotaggio di ogni possibile sviluppo commerciale, rendendo impraticabili le strade, pericolosi gli scambi e inoperanti i meccanismi di domanda - offerta.

[modifica] Il dopoguerra

Le devastazioni della guerra contro il brigantaggio furono talmente gravi che ancora oggi sono visibili. In tal senso si potrebbe affermare che il dopoguerra perdura ancora oggi, a un secolo e mezzo di distanza. Ad ogni modo nei decenni successivi alla repressione sabauda il meridione si ritrovò in una situazione di povertà estrema. Le direttive economiche della classe dirigente peggiorarono, se possibile, la situazione, tanto che a fine secolo i tassi di mortalità infantile o per certe malattie infettive aumentarono sensibilmente, come pure l’analfabetismo. L’emigrazione raggiunse ritmi frenetici, e la regione rimase esclusa da ogni commercio, sviluppo industriale o evento culturale.

Per quasi un secolo scoppiarono epidemie e carestie, che regolarmente sfociavano in ribellioni più o meno gravi, sempre soffocate nel sangue. Il sud visse in un permanente stato di fermento ed insicurezza, fino a considerare le continue rivolte e repressioni come fatti ordinari. Al contrario, le regioni padane conobbero un moderato sviluppo industriale, una volta superate le crisi postbelliche ed il crack finanziario che ne seguì. Tale crescita non fece che accrescere il divario economico fra nord e sud.

[modifica] Il nuovo ordinamento

In seguito alla pacificazione della regione si sviluppò un dibattito politico in seno alla classe dirigente vincitrice in merito all’ordinamento che il Regno Italiano avrebbe dovuto assumere. Si creò una contesa fra federalisti, che volevano concedere una certa autonomia agli enti locali, e centralisti, che invece rivendicavano per il parlamento nazionale e la corona tutto il potere. Nel marzo 1861 il ministro dell'Interno, Marco Minghetti presentò un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo. Il progetto Minghetti non superò l'esame delle commissioni parlamentari e in maggio venne ritirato "temporaneamente" dal Consiglio dei ministri. In realtà, le istanze dei federalisti vennero definitivamente abbandonate e l'applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d'Italia. In giugno Cavour morì, ed in ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli estese a tutto il paese l'ordinamento locale piemontese, già stabilito con il decreto legge Rattazzi nel 1859. Lo Statuto albertino, che datava del 1848 ed era stato pensato per il solo Piemonte, divenne così la costituzione di tutta l'Italia. I motivi per cui la monarchia e le classi al potere si decisero una gestione centralizzata furono molti:

  • Un potere decentrato avrebbe potuto facilitare o addirittura scatenare nuove rivolte.
  • Una leva centrale delle imposte avrebbe consentito un più ampio gettito fiscale per il governo, ed avrebbe consentito un maggiore dirottamento illecito dei fondi pubblici.
  • Una gestione globale delle risorse avrebbe creato un margine di manovra più grande per dirigere l’economia secondo le linee guida decise dal governo.
  • Un assetto federalista in uno stato monarchico avrebbe suggerito la presenza di nobili locali al posto di anonimi funzionari borghesi ai posti di comando nelle diverse regioni, e numerose dinastie, alcune spodestate da poco, erano pronte a reclamare feudi e diritti. La casata di Savoia, preoccupata di legittimare e consolidare il suo potere, fu molto sensibile a quest’argomento, e il Regno d’Italia si distinse dalle altre monarchie europee durante tutta la sua durata per l’esiguo numero di nobili, cosa che creò un vuoto istituzionale.
  • Soprattutto, la classe dirigente era cosciente delle diversità linguistiche, storiche, sociali ed economiche che dividevano il paese, e sperava che un governo centralizzato avrebbe fuso le diverse identità locali in un’unica coscienza nazionale. Concretamente, però, ben poco fu intrapreso in tale direzione.

[modifica] Tentativo di assimilazione

Le varie leggi che cercarono di istituire una, seppur minima, istruzione gratuita ed obbligatoria, vennero semplicemente ignorate, particolarmente al sud, dove solo nel novecento si arrivò ad una sporadica creazione di scuole. Bisognerà aspettare il fascismo per assistere ad un’istruzione di base, il secondo dopoguerra per un’istruzione di massa, e la televisione per assistere all’utilizzo dell’italiano in sostituzione dei vari dialetti.

Sul versante storiografico, invece, si cercò sistematicamente di falsificare i fatti: come sempre accade i vincitori furono descritti come eroi, i vinti come criminali. Ma a facilitare il compito contribuì soprattutto l’esilio e la soppressione della già esigua élite del Regno delle Due Sicilie.

Solamente a partire dall’epoca giolittiana il governo centrale fece prova di un primo e tentennante interessamento (positivo, è il caso di specificare) verso il meridione. Benché non abbia ridotto la povertà o l’emigrazione, nei primi anni del novecento si dotò il sud di amministrazioni pubbliche analoghe a quelle del nord, cosa che portò all’assunzione di un certo numero di impiegati statali. La cosa si accompagnò alla corruzione e al nepotismo che ancora oggi contraddistinguono l’Italia, ma si trattò pur sempre di una costante, benché modesta, somma di denaro che la fiscalità nazionale rimetteva in circolo al sud. Fu sempre merito del governo centrale se nel 1911, quando lo stato prese in carico l’istruzione elementare, fino ad allora prerogativa dei comuni, il Mezzogiorno vide le prime, seppur rare, scuole elementari, e l’analfabetismo incominciò a diminuire anziché aumentare come avvenuto dall’Unità fino ad allora.

[modifica] La Prima Guerra Mondiale

La Prima Guerra Mondiale vide l’Italia combattere contro l’Austria-Ungheria. Sebbene il conflitto avesse prosciugato le risorse di tutto il paese, il meridione ne risentì il peso più delle aree maggiormente sviluppate. Le commesse belliche, infatti, si concentrarono nelle poche provincie industrializzate, ciò che ne favorì un significativo incremento della produzione industriale. Mentre le vaste regioni a prevalenza agricola (fra le quali il mezzogiorno) ebbero solo a soffrire del richiamo alle armi dei giovani, senza significative ricadute produttive.
A guerra finita, poi, com'era giusto e normale, i fondi derivanti dalle riparazioni di guerra furono largamente utilizzati per la ricostruzione delle provincie venete, giuliane e trentine distrutte da cinque anni di combattimenti.

[modifica] Il fascismo

Il fascismo ebbe un ruolo molto importante nelle vicende del Mezzogiorno. Nonostante i sui forti legami con la borghesia, lo stato fascista, ansioso di allargare il proprio consenso e interessato ad una crescita economica che sostenesse la sua politica espansionista, prese seriamente in carico il problema dello sviluppo del meridione.

Attraverso vari organismi quali l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e l’I.M.I. (Istituto Mobiliare Italiano), il governo promosse numerose opere pubbliche che dotarono di infrastrutture le aree più depresse del paese, diedero lavoro a numerose persone, e favorirono commerci ed investimenti. Vennero migliorati i porti (come a Napoli e Taranto), costruite strade e ferrovie (tra cui il tratto marittimo adriatico, iniziato sotto i Borboni ed abbandonato per quasi un secolo), furono bonificate paludi e acquitrini (prime fra tutte le Paludi Pontine, dove fu fondata Littoria, poi ribattezzata Latina), creati canali e acquedotti (come quello del Tavoliere Pugliese), razionalizzate e meccanizzate certe colture (come quelle dell’uva e delle olive in Sicilia). Vennero presi anche diversi provvedimenti per migliorare le condizioni di vita della popolazione attraverso la creazione di un embrione di uno stato sociale: venne data un’istruzione elementare ai bambini, nacquero le prime pensioni di anzianità, vennero favorite, anche se non ancora finanziate direttamente, le assicurazioni mediche, venne tutelata e incentivata la maternità. Dopo la crisi di Wall Street, quando tutti gli stati occidentali incominciarono ad intervenire pesantemente nell’economia, il fascismo aumentò ulteriormente il suo impegno economico nel meridione: venne finanziata la creazione di industrie, lo stesso stato ne fondò diverse (soprattutto belliche), vennero acquistati macchinari agricoli per meccanizzare l’agricoltura, l’impiego pubblico raddoppiò i propri salariati.

La politica bellica e coloniale ai danni di Africa, Albania e Spagna portarono alla conquista di nuovi mercati ma soprattutto di nuove terre, cosa che permise di indirizzare verso rotte migratorie utili alle finanze del regno l’enorme massa di emigranti che ogni anno lasciava l’Italia, la crescita dell’esercito fornì un’occupazione a molti giovani, e le rimesse di coloni e soldati diedero un mezzo di sussistenza alle rispettive famiglie.

Nel 1938 il governo sottoscrisse il Manifesto della razza, una presa di posizione accompagnata da leggi e provvedimenti razzisti mirate contro le persone di religione o discendenza ebraica o di origine semitica. Assimilando i popoli mediterranei d’Italia alla razza ariana, i meridionali si videro ufficialmente riconoscere lo statuto di etnia non inferiore, visione condivisa anche negli Stati Uniti, che nel 1940 concessero lo statuto di bianchi (whites) agli immigranti provenienti dall’Italia del sud, fino ad allora considerati non bianchi (non-whites).

Il fascismo fu anche l’unico governo italiano che cercò seriamente di sradicare la mafia. Benito Mussolini mal tollerava altri centri di potere all’infuori della propria persona, e così diede guerra senza quartiere alla malavita organizzata, spesso guidando personalmente le operazioni. Per farlo si servì di metodi già noti: tortura, esecuzioni di massa, leggi speciali. Celebre fu la nomina di Cesare Mori, che venne poi chiamato "Prefetto di ferro" per i suoi metodi brutali, al posto di prefetto di Palermo con poteri straordinari su tutta l'isola. Tuttavia la mafia non fu sradicata, e questo conflitto la portò ad allearsi agli anglo - americani durante la Seconda Guerra Mondiale.

[modifica] La Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale, esattamente come la Prima, sfavorì più il sud che il nord. Ma questa volta le disparità che ne risultarono, più che economiche, furono di carattere politico. Nel 1943 gli alleati stavano preparando lo sbarco in Sicilia per invadere l’Italia, e, tramite i clan operanti negli Stati Uniti, trovarono un’alleata nella mafia, che si offrì di fornire informazioni strategiche e legittimazione morale agli invasori in cambio del controllo civile del sud Italia. Il comando alleato accettò, e così le zone via via conquistate da questi passarono sotto il controllo dei vari clan mafiosi, che approfittarono della fase per consolidare, anche militarmente, il loro potere. Quando poi, a guerra finita, i Savoia cercarono di riprendere il controllo del paese, il sud si ribellò nuovamente, e le montagne tornarono a riempirsi di bande di partigiani che combattevano il potere centrale. La resistenza si dimostrò particolarmente dura in Sicilia, dove i ribelli chiedevano l’indipendenza dell’isola o l’annessione come 49° stato agli Stati Uniti.

Questa volta, però, l’approccio dello stato fu radicalmente diverso, e non si ripeterono le stragi precedenti. Il governo provvisorio decise di non reprimere il movimento, che peraltro non aveva contenuti o rivendicazioni sociali, ma di corromperlo. Grosse quote del piano Marshall furono dirottate verso le zone in fermento, e la protesta venne privata dell’interessamento attivo della popolazione. I capi banda vennero pagati per deporre le armi, e, attraverso manovre politiche complesse, si convinsero alcune delle bande rimaste, pagandole, a compiere attentati contro la popolazione civile, che finì per isolare i gruppi armati. Parallelamente si scatenò una campagna stampa denigratoria nei confronti degli insorti. Per finire la nuova costituzione repubblicana concesse, almeno in teoria, una certa autonomia alla Sicilia, cosa che privò gli ultimi ribelli di ogni legittimazione politica. Le poche bande rimaste vennero individuate ed eliminate nell’indifferenza della popolazione. Come ottant’anni prima, però, la mafia aveva già preso le distanze dai gruppi armati, ritornando in clandestinità e confondendosi fra la popolazione. Parte integrante di questa strategia è la collaborazione della gente ordinaria, particolarmente attraverso l’omertà, ovvero il fatto di ostacolare la forza pubblica nascondendo o tacendo informazioni sensibili.

[modifica] La Prima Repubblica

Dopo la guerra la mafia acquistò un enorme potere nel sud Italia, particolarmente in Sicilia. Fondamentale nella sua strategia era l’alleanza conclusa con le forze cattoliche, monarchiche e borghesi, destinata a ottenere la vittoria alle elezioni nazionali del 1948. Con l'aiuto dei servizi segreti americani questa coordinazione di forze anticomuniste vinse le elezioni, inaugurando mezzo secolo di governo democristiano. Il partito politico della Democrazia Cristiana, al quale si aggiunsero negli anni settanta il Partito Socialista Italiano ed altri partiti minori, aveva il compito di fornire protezione giudiziaria, leggi su misura ed appalti pubblici; la mafia apportava la massa di voti che controllava, finanziamenti per le campagne elettorali, ed eseguiva i lavori sporchi; la Chiesa Cattolica provvedeva alla legittimazione morale e all’inquadramento della popolazione. Questo sistema era così efficace che finì per istituzionalizzarsi, e con gli anni penetrò anche al nord Italia. Col tempo il controllo dei mass media si inserì naturalmente nella logica, e relazioni ambigue vennero stabilite con centri di potere occulto come certi settori della Massoneria.

A varie riprese il governo destinò fondi allo sviluppo del meridione, e creò pure un istituto finanziario chiamato Cassa del Mezzogiorno per gestirne i flussi. La mafia dal canto suo investì i propri proventi in attività legali. Ma tali movimenti erano destinati, rispettivamente, a dirottare denaro pubblico e a riciclare i proventi di crimini, e non a finanziare imprese produttive. Nel migliore dei casi gli investimenti statali vennero utilizzati male, e servirono a creare industrie sovradimensionate, in aree mal servite dalle infrastrutture, con una sede dirigenziale situata spesso lontano dagli impianti di produzione. Certi gruppi privati furono incitati tramite sovvenzioni pubbliche a stabilirsi nel sud, ma tali scelte si rivelarono antieconomiche, e gran parte di questi esperimenti fallirono in breve tempo. Le aziende facevano ricorso a prassi clientelari nelle assunzioni, e non venne mai messa nessuna enfasi sulla produttività o sul valore aggiunto dalle attività imprenditoriali.

Queste pratiche corporative ebbero come conseguenza la profonda alterazione delle leggi di mercato e l’aborto di ogni possibile sviluppo economico delle aree depresse del paese. I capitali privati, italiani come stranieri, evitavano di impiantarsi nel Mezzogiorno, considerando che ogni investimento effettuato in chiave produttiva fosse destinato alla perdita a causa di tali prassi. Benché oggigiorno la situazione sia sensibilmente diversa, atteggiamenti clientelisti e nepotisti perdurano ancora.

Quando il governo si ritrovò a prendere provvedimenti legislativi o a negoziare accordi internazionali in ambito economico, l’attenzione si diresse, ancora, alle industrie del nord. Per esempio, quando negli anni '40 e '50 emigranti italiani, soprattutto meridionali, incominciarono a raggiungere massivamente le miniere del Belgio, il governo italiano chiese e ottenne da quello fiammingo una tonnellata di carbone all’anno per ogni lavoratore espatriato, ma questo approvvigionamento non beneficiò ai minatori o alle loro regioni d’origine, fu invece destinato alle fabbriche settentrionali. L’antenato dell’Unione Europea, la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, era un accordo finalizzato sempre ad incentivare la manifattura.

Negli anni '60 e '70 il nord visse un altro periodo di sviluppo economico, incentrato sull’esportazione di prodotti finiti, impropriamente chiamato miracolo “italiano”. Il fenomeno attirò manodopera dal Mezzogiorno, e la disparità dei due livelli di vita diventò evidente e largamente discussa. In reazione, gli emigranti inviarono rimesse alle loro famiglie rimaste nel sud, e lo stato dedicò importanti risorse allo sviluppo dei servizi essenziali, ma queste risorse non erano in grado di essere reinvestite in circoli produttivi, e rinforzarono al contrario i meccanismi di quello che diventerà noto col termine dispregiativo di assistenzialismo: un innalzamento limitato delle condizioni di vita attraverso sussidi esterni, così da aumentare le attese della popolazione e necessitante di continui finanziamenti per restare in funzione.

Negli anni settanta in Italia operarono numerosi gruppi terroristici di estrema sinistra, e lo stato moltiplicò i mezzi umani, finanziari e legislativi della magistratura per combatterli. Uscito di scena il terrorismo rosso, l’organo giudiziario cercò un altro compito, e si focalizzò sulla criminalità organizzata. Evoluzioni sociali come l’individualismo e la spettacolarizzazione della vita pubblica contribuirono a creare condizioni tali per cui il sistema di potere utilizzato dalla classe dirigente incominciò a rivelare delle crepe. Varie leggi rinforzarono la lotta contro la corruzione e la criminalità: una che confermava la separazione del potere giudiziario da quello esecutivo, un’altra che istituiva sconti di pena e altri vantaggi agli accusati che collaborano con le indagini in corso, ed infine una che individuava nell'appartenenza ad un'associazione mafiosa un reato più grave rispetto alla semplice associazione per delinquere. Tutto questo permise negli anni ottanta di arrivare ad ottenere dei primi progressi nella lotta antimafia. Vennero anche a galla alcuni dei legami fra i servizi segreti italiani e gruppi terroristici di estrema destra, e fu portato alla luce un processo sovversivo messo in piazza dalla loggia massonica Propaganda Due.

[modifica] Tangentopoli

Questi fatti furono all’origine di tensioni fra i differenti detentori del potere in Italia, e contribuirono al radicale cambiamento del panorama politico del paese nel 1991 - 1994. Personalità di primo piano della mafia, della classe politica e della Chiesa cattolica furono perseguiti in giustizia e in qualche caso anche condannati. I partiti di governo si sciolsero, la Massoneria perse molta della sua influenza sulle vicende del paese, e il crimine organizzato ne uscì ridimensionato, al punto da reagire in modo quasi gratuito e inopportuno con attentati alla bomba contro il patrimonio storico nel 1993.

[modifica] La Seconda Repubblica

L’equilibrio che emerse da questi cambiamenti venne chiamato Seconda Repubblica, un periodo caratterizzato dall’instabilità politica e dai cambiamenti istituzionali. In questo periodo venne intrapreso un parziale risanamento del debito pubblico accumulato dalle amministrazioni precedenti, impresa che si accompagnò a riduzioni e razionalizzazioni della spesa pubblica. La fine di sovvenzioni pubbliche significò la chiusura di molte imprese nel sud Italia, ma anche la timida emergenza di una mentalità imprenditoriale inedita.

L’Unione Europea accompagnò parzialmente questo processo finanziando progetti imprenditoriali a carattere sociale, ecologico o culturale, ma queste iniziative non erano di natura tale da creare meccanismi di auto finanziamento, e i vantaggi derivati furono molto ridotti.

I crescenti problemi giudiziari della mafia e le crescenti difficoltà elettorali dei loro nuovi alleati politici, crearono nuove tensioni, che sfociarono in vivaci proteste nel 2002 da parte dei detenuti mafiosi sottoposti a carcere duro, accompagnate da sostanziali richieste politiche e giudiziarie. Le forze politiche di centro-destra presero le distanze da queste proteste, ed in risposta la criminalità organizzata le privò del suo appoggio elettorale nelle elezioni locali del 2003 nel sud. Oggigiorno, comunque, la massa elettorale che la mafia riesce a manipolare rappresenta circa un terzo dell’elettorato della Sicilia, molto meno nelle altre regioni meridionali, e percentuali trascurabili al nord. Queste cifre sono drasticamente ridimensionate rispetto a quelle della Prima Repubblica.

[modifica] Analisi

[modifica] Studi

Vari studiosi hanno affrontato la Questione meridionale cercando le cause dell’arretratezza del sud. Ecco i più noti.

Giuseppe Massari (1821 - 1884) et Stefano Castagnola (1825 - 1891) furono due deputati italiani che diressero una commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio fra il 1862 ed il 1863. Sebbene imparziale e puramente descrittivo, il loro lavoro espose bene come la miseria e l’invasione sabauda avessero un ruolo capitale nella nascita della rivolta.

Pasquale Villari (1827 - 1917) passò tutta la vita a studiare il fenomeno. Ne concluse che il Mezzogiorno era affetto da una serie di handicap: non aveva terre pianeggianti, scarseggiava d’acqua, i collegamenti erano difficili, era più affetto da malattie e il sole toglieva ogni energia ai suoi abitanti. Prese seriamente in conto il carattere caotico dell’evoluzione della sua economia, e sottolineò forse più di ogni altro intellettuale il peso che la criminalità organizzata costituiva per lo sviluppo della regione.

Stefano Jacini (1827 - 1891), a lungo ministro dei lavori pubblici, si interessò alla necessità di costruire infrastrutture e creare una classe di piccoli proprietari terrieri.

Stefano Jacini (1886 - 1952), suo nipote, constatò due generazioni dopo che la situazione non era cambiata, e riprese le stesse posizioni.

Leopoldo Franchetti (1847 - 1917), Giorgio Sidney Sonnino (1847 - 1922) ed Enea Cavalieri (1848 - 1929) realizzarono nel 1876 una celebre e documentata inchiesta sulla Questione meridionale, nella quale mettevano in luce i nessi fra l’analfabetismo, il latifondo, la mancanza di una borghesia locale, la corruzione e la mafia, sottolineando la necessità di una riforma agraria.

Giustino Fortunato (1848 - 1932), uomo politico conservatore, effettuò vari studi in materia, e pubblicò nel 1879 il più conosciuto di essi, in cui esponeva gli svantaggi fisici e geografici del sud, i problemi legati alla proprietà della terra, e il ruolo della conquista nella nascita del brigantaggio. Era decisamente ostile ad ogni tipo di federalismo, e sebbene difendesse la necessità di redistribuire la terra e di finanziare servizi indispensabili come scuole e ospedali, fu sempre molto pessimista quanto all’utilità di ogni misura.

Benedetto Croce (1866 - 1952) filosofo idealista, rivide in chiave storiografica le vicende del Mezzogiorno dall’Unità fino al novecento, mettendo l’accento sull’imparzialità delle fonti, e sulla distruzione di ogni riferimento culturale e di ogni borghesia locale in seguito alla conquista.

Gaetano Salvemini (1873 - 1957), uomo politico socialista, perse la sua famiglia durante il terremoto di Messina del 1908. Concentrò le sue analisi sugli svantaggi che il sud aveva ereditato dalla storia, criticò aspramente la gestione centralizzata del paese, e predicò l’alleanza degli operai del nord coi contadini del sud.

Francesco Saverio Nitti (1868 - 1953), più volte ministro, si dedicò molto allo studio dell’economia meridionale. Ne analizzò il timido sviluppo industriale, l’emigrazione, ed esortò la creazione di un primo stato sociale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, propose anche un vasto programma di lavori pubblici, di irrigazione e di rimboschimento, ed affermò come altri prima di lui l’urgenza di una riforma agraria.

Antonio Gramsci (1891 - 1937), noto pensatore marxista, lesse il ritardo del sud attraverso il prisma della lotta di classe. Studiò i meccanismi in corso nelle rivolte contadine dalla fine dell’ottocento fino agli anni venti, spiegò come la classe operaia fosse stata divisa dai braccianti agricoli attraverso misure protezionistiche prese sotto il fascismo, e come lo stato avesse artificialmente inventato una classe media nel sud attraverso l’impiego pubblico. Auspicava la maturazione politica dei contadini attraverso l’abbandono della rivolta fine a sé stessa per assumere una posizione rivendicativa e propositiva, e sperava una svolta più radicale da parte dei proletari urbani che dovevano includere le campagne nelle loro lotte.

Guido Dorso (1892 - 1947) fu un intellettuale che rivendicò la dignità della cultura meridionale, denunciando i torti commessi dal nord ed in particolare dai partiti politici. Effettuò esaurienti studi sull’evoluzione dell’economia del Mezzogiorno dall’Unità fino agli anni trenta e difese la necessità dell’emergenza di una classe dirigente locale.

Rosario Romeo (1924 - 1987), storico e politico, si oppose alle tesi rivoluzionarie ed evidenziò le differenze esistenti, prima e dopo il Risorgimento, fra la Sicilia ed il resto del sud. Attribuì i problemi del Mezzogiorno a tratti culturali, caratterizzati dell’individualismo e lo scarso senso civico, piuttosto che a ragioni storiche o strutturali.

Paolo Sylos Labini (1920 - 2005) professore ed economista, riprese tesi che vedevano nell’assenza di sviluppo civile e culturale le origini del divario economico. Considerò la corruzione e la criminalità come endemiche della società meridionale, e vide l’assistenzialismo come principale ostacolo allo sviluppo.

[modifica] Storiografia del problema

L’interpretazione della Questione meridionale ha vissuto profonde evoluzioni nel tempo. Originalmente il dibattito era fortemente influenzato dalla censura e propaganda della corona sabauda, preoccupata di legittimare la conquista, l’annessione e lo sfruttamento del sud. Tale censura ha impedito che ci pervengano fino ad oggi documenti attendibili su molti aspetti, come il numero di vittime della repressione. Anche dopo la fine del regno i dati storiografici disponibili impedirono una corretta lettura degli eventi. È solo recentemente che nuovi studi hanno messo in causa la visione classica della vicenda, e certi fatti, come lo stato economico del Regno delle Due Sicilie o il brigantaggio hanno preso un’altra dimensione. Oggigiorno tesi come l’inferiorità genetica delle popolazioni del sud Italia, una volta abbastanza consensuali, non sono più accettate accademicamente.

Si possono comunque distinguere due approcci principali, che ricalcano in grosse linee dibattiti ideologici e politici più ampi.

[modifica] Razzismo

Prima ancora dell’Unità le élite del nord Italia guardavano con superiorità e a volte disprezzo il sud e i suoi abitanti. I diversi stati settentrionali godevano di alleanze più strette con le potenze dell’Europa occidentale, sperimentavano un certo sviluppo industriale ed rivendicavano una posizione più indipendente rispetto alla religione ed al clero, e questi fattori li spingevano a considerarsi più simili fra di loro di quanto non lo fossero con il Regno delle Due Sicilie o lo Stato della Chiesa. Soprattutto, questa polarità veniva interpretata come segno dell’inferiorità del sud rispetto al nord. Durante eventi che misero affianco gente proveniente da tutto il paese, come le due guerre mondiali, le differenze di mentalità, livello di istruzione e posizione sociale sottolinearono la polarità economica nord - sud, ma fu negli anni 1960 e 1970 che la tensione raggiunse il suo apice. L’emigrazione massiccia di contadini o sottoproletari dal sud al nord si accompagnò di difficoltà materiali estreme per i nuovi arrivati e mise in luce comportamenti di manifesta discriminazione e xenofobia nei loro confronti. Si diffuse il termine dispregiativo “terroni” per designarli, e fu creato il partito politico Lega Nord - Lega Lombarda allo scopo di combatterli ed espellerli.

Negli anni 1990 e 2000 questa attitudine si attenuò lievemente a causa dell’afflusso in Italia d’immigranti provenienti dal Terzo Mondo, che occuparono gli ultimi scalini della società e diventarono il bersaglio principale degli attacchi razzisti. Tuttavia, sebbene questa idea di superiorità del nord sul sud abbia subìto costanti evoluzioni nel tempo, ed abbia fatto appello successivamente a spiegazioni genetiche, poi culturali, poi storiche ed economiche, ancora oggi perdura.

[modifica] Situazione attuale

In termini assoluti la situazione economica del meridione è indubbiamente migliorata negli ultimi sessant’anni; in termini relativi, però, il divario con il nord è drasticamente aumentato. Anche inglobato nell’Unione Europea, difficilmente il Mezzogiorno potrà conoscere uno sviluppo economico in tempi brevi. Non già per la mole di lavoro che ciò comporterebbe, quanto perché mancano le premesse e la volontà.

Ancora oggi vari problemi strutturali ipotecano le sue possibilità di progresso economico: il basso livello d’istruzione, la mancanza d’infrastrutture, la scarsità di risorse naturali, la mediocre fertilità delle terre. Ma a bloccare l’idea stessa di sviluppo capitalistico sono soprattutto meccanismi sociali: l’influenza della criminalità organizzata, la mancanza di uno spirito imprenditoriale, la negazione di un’identità culturale incarnata da una borghesia locale.

Di sicuro la Questione meridionale sarà un tema di attualità per decenni e decenni a venire.

[modifica] Voci correlate




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